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\\ Home Page : Storico : welfare locale (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di NOTOLIBERA (del 04/03/2010 @ 18:04:29, in Welfare locale, linkato 146 volte)

Dalla nostra Costituzione
Art.1 - L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.
Art.3 - E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana... .
Art. 26 -Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Tre articoli della Costituzione Italiana che a distanza di 61 anni dalla sua nascita, per una parte di persone sono rimasti solo principi e purtroppo lettera morta.
Il lavoro, per la stragrande maggioranza delle persone, resta la componente essenziale per vivere e realizzare la propria personalità, ma nonostante ciò, il lavoro, l'accesso ad esso e le condizioni in cui viene svolto, non sono la preoccupazione principale dell'azione politica e di governo. Non c'è dubbio che il lavoro relegato a merce marginale della produzione e della società, ha perso centralità e valore in favore dei guadagni facili. Ai livelli alti con operazioni finanziarie, che poi sconvolgono l'economia provocando le crisi come quella attuale, ai livelli più bassi con l'illusione di giochi di ogni genere che ingenerano speranze in tanti, pochi fortunati, e diffuse dipendenze e frustrazioni. Se un calciatore, per quanto bravo, viene pagato milioni di volte in più di uno scienziato che lavora per salvare vite umane e/o per migliorarle, o di un'insegnante che che ha il compito di formare gli studenti. Se la forbice fra un manager e l'ultimo dei dipendenti di un'azienda si è allargata fino a raggiungere e superare la scala da 1 a 500. Se si possono vincere migliaia di euro partecipando ad uno dei tanti giuochi televisivi e non, mentre lavorando otto ore al giorno si guadagnano poco più di 1000,00 euro al mese,vuol dire di fatto svalutare il valore del lavoro, soprattutto dipendente, e con esso il valore delle persone che lo svolgono. Infatti sono peggiorate le condizioni dei lavoratori, dal punto di vista della sicurezza, con infortuni anche mortali; delle condizioni economiche con retribuzioni insufficienti a garantire una vita dignitosa; con la precarietà ed il lavoro nero, senza parlare delle difficoltà ad entrare e/o rientrare nel mondo del lavoro. Giovani, donne, e lavoratori licenziati, per non parlare delle categorie protette, invalidi etc. EPPURE L'ART 3 DELLA COSTITUZIONE ...
In queste condizioni, la ricerca di un posto di lavoro, e soprattutto di un posto di lavoro adeguato alle proprie aspirazioni economiche e professionali, diventa un miraggio, e sottopone le persone a tentare tutte le strade possibili, praticabili e non, pur di riuscire a trovare qualcosa. Dalle nostre parti dove l'economia per buona parte è legata ai flussi finanziari della spesa pubblica, con le distorsioni che ciò comporta, per quanto riguarda l'autonomia della stessa nei confronti della politica, della pubblica amministrazione e non per ultimo dalla criminalità organizzata, accedere ad un posto di lavoro per il tanto decantato merito, diventa un terno al lotto che non esce mai. Se a ciò si aggiunge la liberalizzazione del mercato del lavoro con l'assunzione diretta da parte delle aziende private, e delle società a partecipazione pubblica alle quali vengono date in gestione servizi, con le quali la politica riesce a soddisfare il proprio bisogno di consenso clientelare, la desolazione e la disperazione con cui si confronta chi cerca un lavoro, non possono che provocare grande sfiducia, ma anche tanta rabbia, che purtroppo non trova ne espressione pubblica ne referenti politici e/o sindacali. Se non si fa strada la consapevolezza che la ricerca di un lavoro, e il miglioramento delle condizioni di chi lo svolge, passa per il farla ridiventare un bisogno che trova espressione pubblica e sostegno collettivo, difficilmente troverà risposte che possano cambiare l'attuale stato di cose.
Natale Caristia

 
Di Evarco (del 20/10/2009 @ 08:19:27, in Welfare locale, linkato 251 volte)

L’ACQUA E I GALLETTI GIOVANI
Più tempo passa, più le preoccupazioni iniziali trovano il temuto riscontro nella realtà. Lo sfogo del Dott. Lo Monaco, presidente della SAI8 spa, su “Il Ponte”, dà una sufficiente sensazione dell’inquietante fase che stiamo attraversando. Avevamo manifestato e argomentato le nostre perplessità molti mesi fa su questo blog per avere capitolato, fra i primissimi comuni della provincia, al nuovo vento della privatizzazione dell’acqua e di certo non siamo stati smentiti dai fatti, anzi!.
Iniziamo con la farsa della prevalente natura pubblica del nuovo gestore. Dopo una serie di acquisti e di passaggi di quote societarie, di aumenti di capitale sociale veri e virtuali tra SOGEAS spa, SACCECAV spa e SAI8 spa (tutti rigorosamente avvenuti dopo l’affidamento del servizio), ormai si è delineato il vero socio di maggioranza che altri non è che la lombarda SACCECAV spa, con il 60,8% di quote azionarie. In pratica, in termini tecnici, la SAI8 spa è ormai una controllata (e non più una partecipata) della SACCECAV spa. Situazione, si badi, differente da quella esistente al momento della famosa “gara” per l’affidamento del servizio.
I miseri resti, sempre più malconci, della “gloriosa” SOGEAS spa, agonizzano ormai in altre attività del tutto secondarie con un personale ormai ridotto ai minimi termini. La SOGEAS spa, che versa da anni in tragiche difficoltà finanziarie, è ormai una scatola vuota. E dire che quando ancora poco si sapeva sulla pessima salute della SOGEAS, il fantastico Bufardeci aveva pure tentato di vendere ai comuni della provincia le quote di questa società siracusana già cotta e stracotta. Per “fortuna” è riuscito “solo” a scaricarcela in modo indiretto con la SAI8 spa. “Onore” al “merito”, per avere saputo fare il sindaco di Siracusa a spese del resto della provincia. Ricordiamoci, comunque, che quel 39,2% di pubblico della SAI8 spa, è tale perché rappresenta la sola partecipazione del Comune di Siracusa, che sicuramente non è un socio disinteressato nella distribuzione e nella gestione dei soldi, visti i problemi in cui versa l’acquedotto siracusano (basta ricordare le ultime notizie) gestito così magistralmente dalla SOGEAS spa. La stessa società che oggi, a detta del Dott. Lo Monaco, avanza 5 milioni di euro dal Comune di Siracusa, il quale, da socio della SOGEAS si trova con una quota superiore al 20% anche dalla parte del controllore, cioè del consorzio dei comuni che costituisce l’ATO Siracusa. Una confusione di ruoli (non usiamo l’accezione “conflitto di interessi” perché inutile in Italia) inopportuna, inqualificabile se non addirittura illegittima.
A riguardo, è interessante notare che quelli della SACCECAV, in occasione di un recente comunicato stampa, hanno tenuto a precisare che i problemi di Siracusa dipendono (come è ovvio) dalla precedente (cattiva) gestione e che loro avrebbero riportato tutto nella normalità. Come dire: loro (i longobardi) sono i salvatori, gli altri (i siracusani borboneggianti) sono i soliti inefficienti pasticcioni. Grande esempio di tatto, non c’è che dire. L’ennesima figura di me**a fatta fare al socio SOGEAS.
Il problema vero, ora che si sa con chiarezza chi ci mette i soldi, è quello di garantire le entrate spendendo il meno possibile (la massimizzazione dell’utile). Qui, l’andamento nel tempo dei cosiddetti flussi di cassa , se ostinatamente differente da quello auspicabile, può anche essere letale per una spa come la SACCEAV. E così, per i primi comuni, come Noto, che comportano un bel po’ di spese a fronte di entrate troppo esigue, la parola d’ordine è: trasferire le proprie “sofferenze” economiche sulle malcapitate ditte esterne, sui fornitori, su chiunque possa pretendere qualche euro per una qualsiasi prestazione compiuta. C’è da sperare solo che questa strategia non venga estesa, in modo così sistematico, pure ai debiti che dovessero maturare con gli enti “beneficiari” del servizio. Insomma ritardano, le entrate? E allora che ritardino pure le uscite. Male che vada, ci dice il Dott. Lo Monaco, ci sono le banche. Come è già successo a Palermo con Banca Intesa (diciamo noi). E in quel caso, con la famosa storia della nebulosa fidejussione bancaria, essenziale per l’affidamento, come la mettiamo?
Chi ha la memoria più lunga ricorderà che negli anni ’80, si scoprì che una ditta (la Vallespluga) che pubblicizzava la vendita degli allora famosi “galletti amburghesi”, al posto della pregiata varietà, non faceva altro che mettere in commercio dei galletti “giovani”. L’applicazione continentale del detto siciliano “scecco vasciu pari pudditru”. Che importanza ha, afferma candidamente il Dott. Lo Monaco, se la natura del gestore che ha vinto la gara non ha più niente a che vedere con quella di chi effettivamente oggi si appresta a gestire la nostra acqua per trent’anni almeno a venire? La cosa che conta, ormai, è che il servizio venga svolto. La gara è stata una inutile complicazione che ha solo ritardato l’inevitabile. La Vallespluga, dopo lo scandalo, cercando di recuperare in immagine, con sfrontatezza inaudita, iniziò a far passare il messaggio pubblicitario che in sostanza diceva: “ti piace il galletto giovane? Sì? E allora?”. Così dice il Dott. Vallespluga.
Ma, a parte le entrate costituite dal canone sui consumi, quali sono le altre appetitose categorie di entrate? Prima tra tutte la esecuzione delle opere previste nel Piano d’Ambito. Cioè in quello strumento concepito dal legislatore per razionalizzare gli interventi finanziati al 60% dall’Europa. Ma una volta fatto e posto a base della “gara” di appalto (ricordiamo che il partecipante a quella gara era unico), già si parla di “rimodulazioni”, cioè di variazioni, di aggiustamenti di tiro, al fine di tenere conto delle effettive esigenze riscontrate sul campo. Anche qui c’è da chiedersi, nel caso in cui il Piano d’Ambito venga stravolto, ma ‘sta “gara” chi l’ha controllata?
E poi, dato che le opere verranno realizzate da un soggetto (la SAI8) a cui non spetta adottare le stesse procedure di evidenza pubblica che, bene o male, toccano agli enti pubblici, chi vigila e garantisce che non si inneschi uno spudorato assalto alla diligenza, che comporterà la scelta dell’impresa Tal dei Tali, fortemente “consigliata” dall’onorevole di turno ovvero, come sembra stia succedendo, diverse opere vengono dirottate ad altre imprese controllate della SACCECAV ottenendo così una indefinibile commistione tra controllore, controllato, beneficiario degli utili di impresa e titolare dei crediti per le prestazioni svolte: un bel polpettone, che, inevitabilmente, risulterà indigesto agli ignari utenti della provincia.
Un bell’assaggio di quello che succederà ce lo abbiamo sotto gli occhi in questi giorni. La sostituzione di tutti i contatori nel territorio netino. Costo: circa 1.400.000 euro. Ammesso che a Noto esistano poco meno che 10.000 contatori, da una semplice divisione si ottiene che per ciascun contatore si prevede una spesa di almeno 140 euro. Sembra che un contatore, completo di accessori, costi circa 30-35 euro, considerata una mano d’opera di un ora per altri 40 euro arriviamo a 75-80 euro e gli altri 60 euro, cioè quasi il 45% dell’appalto, costituiscono il ricavo per l’impresa? Se questa è la fine che devono fare i 62 milioni di finanziamento per la provincia, certo che l’argomento risulta così appetitoso, specie se a svolgere il lavoro dovesse esserci una controllata della SACCECAV. Ma questo è il libero mercato, obietterà qualcuno, con le sue leggi: ogni cosa, se non espressamente vietata, può essere fatta. Il capitalismo etico, se esiste, ha da venire.
Nel nostro piccolo, nel quotidiano di ciascuno di noi (almeno della maggior parte), vige il principio di arrivare dignitosamente a fine mese. Allora ci siamo tutti spaventati, quando i soliti rompiscatole, facendo dei semplici conti, ci hanno informato che mediamente, ogni utente residente (i non residenti sono sensibilmente più fregati), pagherà annualmente una bolletta di 70-80 euro. Bene per il single, pensionato che sia, abitante in un monovano, perché probabilmente sarà l’unico a risparmiare. Ma già un nucleo familiare formato da 4 persone, lo sappiamo ormai tutti, può prevedere una bolletta media di 300-350 euro all’anno. Meno male che verrà pagata a trimestre!
Tutti, quindi ci siamo concentrati, su questo problema che peggiorerà sempre di più nei prossimi trent’anni. Comitati, cittadini, tribuni pentiti, tutti ci siamo cimentati in questa materia delle tariffe, fino a proporre soluzioni impraticabili, perché ormai tardive rispetto a quanto stabilito con l’affidamento del servizio. Niente da fare. La tariffa è uguale per tutti i comuni e si può ritoccare solo al rialzo.
Abbiamo invece tralasciato, forse sottovalutandolo, il problema del costo dei servizi accessori. Chi sa quanto costa ormai un allaccio alla rete idrica o a quella fognaria? Quanto costa una sostituzione di contatore o di uno sportello? Quanto costa la volturazione di una utenza? Le relative tariffe chi le ha stabilite e da dove sono ufficialmente desumibili? Il tutto mi ricorda la tecnica adottata da sedicenti appaltatori edili notoriamente provenienti da un paese limitrofo, che riescono ad accaparrarsi i lavori a Noto, perché i loro preventivi, specie sulle opere a metro quadro, risultano vergognosamente più bassi di quelli elaborati dai mastri locali. Poi, però, una volta iniziato il lavoro, cominciano a fioccare i lavori “imprevisti”, quelli che, tanto per intenderci, richiedono dei prezzi a forfait. Senza poi considerare i troppo frequenti “errori” di misurazione delle superfici a cui si applicavano quei prezzi tanto convenienti. Insomma, alla fine della fiera, si scopre che tra errori, interpretazioni unilaterali e lavori “imprevisti” a forfait, spuntano cifre che raddoppiano le previsioni iniziali. Così ci sono cascato per ben due volte e non credo di essere il solo.
Stessa cosa sembra stia accadendo con la SAI8, ci siamo tutti fissati sulla tariffa attuale e, in particolare, sulle fasce agevolate. Stiamo invece ignorando del tutto l’entità abnorme dei servizi accessori e, soprattutto, stiamo “delegando” a chi non è in grado di farlo, il controllo dei meccanismi che permettono al gestore di aggiornare periodicamente la tariffa in base al “conto dell’oste” che la SAI8 inevitabilmente presenterà alle dovute scadenze. L’illusione attuale di contenere le spese con l’estensione delle fasce agevolate, rischia di divenire la soluzione di un falso problema. L’importante non è pagare meno di qualcun altro, ma pagare il giusto.
Ma qual è il giusto? Il giusto per un netino è lo stesso per un abitante di Palazzolo o di Augusta?. No di certo. Nella filosofia liberista, il giusto spesso coincide con il massimo tollerabile. Dato che nel nostro caso si parla di beni etici, di beni essenziali, di tutela dell’ambiente e di sviluppo del territorio, sarebbe forse stato più logico che i nostri amministratori avessero dapprima fatto i conti in tasca, anche con una gestione non entusiasmante ma migliorabile come quella dell’Aspecon. Quanto sarebbe costata effettivamente una gestione locale, economicamente autosufficiente e con un livello di qualità ragionevole? Non mi risulta che qualcuno abbia mai fatto questi conti. E l’alleggerimento, se esiste, delle finanze comunali in virtù di questo affidamento alla SAI8 spa, non dovrebbe corrispondere comunque ad un alleggerimento del drenaggio fiscale da parte del comune? Notizie e cifre che nessuno sembra avere interesse a divulgare. Per quanto ci tocca, saremo sempre qui a ricordare ai vari dottor Vallespluga di turno, che qui si parla di acqua e di ambiente e non di galletti giovani. E che, se serve, faremo di tutto perché li vadano a vendere da un’altra parte. E allora?

 
Di Nerone (del 02/10/2009 @ 11:16:45, in Welfare locale, linkato 103 volte)

Nucleare, 11 le Regioni del no. Soddisfatti gli ambientalisti Ben 11 Regioni hanno impugnato la legge del governo sul ritorno dell'energia atomica in Italia. Soddisfatto il fronte ambientalista: «Le Regioni difendono le proprie competenze e sanno bene che gli elettori non premieranno mai un governatore che accettasse una centrale sul proprio territorio» Notizia Saluggia contro il deposito di scorie Il nucleare trova un muro quando passa dai proclami al territorio, lo sottolineano con soddisfazione organizzazioni ambientaliste. "A seguito dell'appello rivolto l'11 settembre da Greenpeace, Legambiente e Wwf, che invocava il ricorso alla Corte Costituzionale per fermare il provvedimento sul nucleare di sostanziale centralizzazione delle procedure e militarizzazione del territorio, si è scatenato in questi giorni un vero e proprio 'effetto domino'. Dopo i primi no di alcune regioni, a oggi hanno impugnato la legge dimostrando la propria opposizione alla scelta nucleare ben 11 regioni, che rappresentano circa il 56% del territorio italiano, ovvero Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria", ricordano le associazioni ambientaliste in un comunicato congiunto. "Oltre a queste, Sardegna e Veneto hanno detto no al nucleare sul proprio territorio con ordini del giorno o dichiarazioni del presidente. Tra le regioni che non hanno aderito all'invito delle associazioni a impugnare la legge, la Sicilia aveva manifestato l'intenzione di impugnare comunque la legge, ma non si ha notizia di una delibera in tal senso. Insomma, le Regioni difendono le proprie competenze e sanno bene che gli elettori non premieranno mai un governatore (o un candidato governatore) che accettasse una centrale nucleare sul proprio territorio. Per questo le associazioni chiederanno un esplicito pronunciamento a tutti i candidati prima delle prossime elezioni". "Il Governo deve tener conto di quanto sta succedendo nel Paese - hanno dichiarato le tre associazioni - e fare marcia indietro rispetto a una prospettiva, quella del nucleare, costosa e insicura, oltre che inutile rispetto ai problemi energetici italiani", conclude il comunicato. http://lanuovaecologia.it/view.php?id=11344&contenuto=Notizia

Nerone

 
Di Nerone (del 01/09/2009 @ 16:12:17, in Welfare locale, linkato 208 volte)

http://www.comitatocittadinosangiorgioacremano.it/?p=1184LETTERA AGLI AMICI Napoli, 14/07/2009 Sono appena tornato dal Cinema Modernissimo, dove ho potuto gustare in prima visione il documentario “Una montagna di balle”, ed ho sentito una grande voglia di riprendere in mano la penna. E’ infatti passato un anno da quando scrissi quell’ultima pesante lettera: “E’ al colmo la feccia”. Purtroppo, la nostra situazione campana è andata peggiorando nel silenzio più totale dei cittadini, dei media e della Chiesa. Un anno pesante questo. I potentati economico-finanziari (vera piovra che avvinghia tutto!) hanno trionfato schiacciando con la forza militare qualsiasi resistenza della cittadinanza attiva e responsabile in Campania. Lo Stato è al servizio del business. E i media nelle mani di chi controlla la finanza. E il popolo drogato a credere ciò che gli viene raccontato in TV. Un esempio su tutti: l’estate 2008 il Mago Merlino annuncia in TV agli italiani che il problema dei rifiuti a Napoli e’ risolto. E l’Italia gli crede! E’ possibile che il popolo italiano sia talmente ipnotizzato? Aveva ragione Karl Popper quando affermava che, con questa televisione, non ci può essere democrazia. Per questo mi ha fatto bene ritrovare nel documentario “Una montagna di balle” il vero racconto della tragica storia dei rifiuti in Campania. Finalmente una parola vera nella Menzogna che impera. Ha fatto bene anche a me ritornare su questa tragica storia che ho vissuto e vivo sulla mia pelle: la visione di quel documentario è stata per me una catarsi. Dagli anni’90, da quando l’Italia non ha più potuto seppellire i propri rifiuti tossici in Somalia, la Campania ne è diventata lo sversatoio nazionale . Gli industriali del centro-nord hanno stretto un accordo con la Camorra perché facesse il lavoro sporco di seppellire quei rifiuti tossici nel Triangolo della Morte (Acerra -Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Giugliano, Qualiano…) e nelle campagne del Casertano. E’ questo che ha permesso all’industria del centro-nord di essere competitiva in chiave internazionale. Questi rifiuti tossici, sepolti nel nostro territorio, producono nano-particelle che bombardano le donne incinte e i neonati , da cui tumori , leucemie, malformazioni. Mi sorgono spontanee a questo proposito, due domande, poste recentemente alla classe dirigente napoletana di Sinistra, dal noto scrittore napoletano Ermanno Rea : ” Politici campani, eravate informati che il territorio campano era il ricettacolo dei rifiuti tossici? Se lo sapevate, perché avete taciuto, rendendovi di fatto complici di chi, cinicamente, inquinava? Se invece non lo sapevate, perché non avete avuto il coraggio di dimettervi, dimostrandovi più attaccati alle vostre poltrone che al vostro amor proprio? Ma “Una Montagna di Balle” punta poi l’obiettivo sul disastro dei rifiuti ordinari. Infatti su un territorio già martirizzato dai rifiuti tossici, si è sovrapposta, dal 1994, l’emergenza rifiuti solidi urbani gestita da dieci commissari straordinari, scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti: è stata la politica degli affari e del profitto. Infatti, i potentati economico-finanziari avevano deciso di incenerire i rifiuti, perché avevano capito che potevano ottenere più profitti che non con la raccolta differenziata. Ci guadagnano infatti, primo, costruendo gli inceneritori (questi mostri costano una barca di soldi), secondo, vendendo energia elettrica che ottengono bruciando i rifiuti e, terzo, beneficiando del Cip6 (la bolletta che ogni cittadino paga allo stato per le energie rinnovabili). Purtroppo i soldi per il Cip6 non vanno alle energie rinnovabili, ma all’energia prodotta dagli inceneritori (unico caso in Europa!). Si tratta di almeno 3 miliardi di euro all’anno. Ecco perché i poteri forti vogliono incenerire!. E’questa la politica affaristica che ha segnato profondamente i governi che si sono susseguiti dal 1994, di centro-destra come di centro-sinistra. E’ stata questa politica che ha portato al disastro campano. I commissari straordinari non hanno mai voluto fare la raccolta differenziata, ed hanno utilizzato oltre 2 miliardi di euro per produrre 7-8 milioni di tonnellate di ecoballe (di eco non hanno proprio nulla) stoccate fuori dalla città di Giugliano: 14 km di lunghezza, 4 di larghezza, proprio nelle bellissime campagne dei Borboni (note come “Taverna del re”). In questi 15 anni, i commissari dei rifiuti non sono stati capaci di far funzionare un solo sito di compostaggio, che avrebbe eliminato il 40% dei rifiuti (l’umido che diventa compost). Con la raccolta differenziata porta a porta avrebbero potuto dare lavoro a tanti giovani campani disoccupati! Hanno invece preferito arricchire quattro industriali già straricchi. “Una Montagna di balle” dimostra con chiarezza come il disastro rifiuti in Campania del 2008 sia stato costruito ad arte per convincere tutti che l’unica soluzione era quella delle mega-discariche e degli inceneritori. E così avvenne. Il governo Berlusconi, con il decreto 90 impone alla Campania 12 mega-discariche e 4 inceneritori. Se questi inceneritori entreranno mai in funzione, noi campani dovremmo importare rifiuti per farli funzionare! E tutto questo ci è imposto con la forza dell’esercito( inceneritori e mega-discariche diventano “siti di sicurezza nazionale!”) E considerare che l’ordine dei medici francese , seguito da quello inglese, ha bandito la costruzione di inceneritori, perché ha evidenziato che nelle aree ad essi adiacenti , un aumento di leucemie e linfomi in età pediatrica!Ritengo criminale imporre inceneritori ad una regione già martire per i rifiuti tossici. Quella sera al ‘Modernissimo’,gustando “Una montagna di balle”, ho rivissuto emotivamente questi anni di lotte ed ho capito quante balle ci hanno raccontato! Montagne! E mi è ritornata la voglia di riprendere la penna ricordando le parole di un profeta ebraico che ha accompagnato il suo popolo in esilio a Babilonia: Una voce dice :”GRIDA!” Ed io rispondo:”Che dovrò gridare?” (Isaia 40,6) Sono felice di essere stato e di essere in Campania in questo tempo difficile a fianco ai miei fratelli e sorelle, tentando di resistere. Siamo stati schiacciati, ma nessuno ci può togliere la volontà di gridare, non solo per quello che è avvenuto, ma anche per quello che ora sta avvenendo. Grido contro il piano criminale dei rifiuti imposto alla Campania dal governo Berlusconi che significa morte per tanti, in nome del profitto. Grido contro la militarizzazione della Campania (siamo un territorio occupato): l’esercito presiede le mega-discariche e gli inceneritori. Impossibile, in questi siti, qualsiasi controllo o protesta popolare. Grido contro la brutale repressione dei cittadini attivi di Chiaiano (estremo lembo nord del comune di Napoli) che, con mille stratagemmi hanno resistito per quasi un anno all’apertura di una discarica nelle cave del loro territorio (collocare una discarica a Chiaiano è come collocarne una a Villa Borghese a Roma). La forza bruta dello Stato ha schiacciato ogni resistenza civile ed ha aperto le cave ai rifiuti. Per fortuna lo “zoccolo duro” di Chiaiano continua a resistere. Grido contro l’inceneritore di Acerra, inaugurato il 26 marzo scorso in pompa magna da Berlusconi, non ancora collaudato, malfunzionante, che costituisce un’altra grave minaccia alla salute nel Triangolo della morte. È incredibile che oltre alla A2A (Brescia-Milano), a cui è stata affidata la gestione dell’inceneritore, continui ad operare ancora la FIBE, sotto processo per “truffa aggravata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture”. Quel giorno Berlusconi ha definito “eroi” i capi della FIBE, perché hanno saputo resistere nonostante gli “attacchi”della magistratura. C’è ancora uno Stato di diritto in questo Paese? Grido contro la decisione, presa quel 24 marzo da Berlusconi, di seppellire le ceneri tossiche di Acerra nella discarica di Terzigno (Parco Nazionale del Vesuvio!) quali “materiali di copertura”. Queste ceneri dovrebbero, per legge, essere sepolte in cave speciali di salgemma in Germania. Grido per il rogo del 12 maggio a Marcianise (fra Caserta e Napoli), dove la Camorra ha dato fuoco a 700.000 tonnellate di copertoni, che hanno continuato a bruciare per una settimana (quasi inutile l’intervento dei vigili del fuoco), producendo una nube tossica che ha avvolto per settimane l’intera regione ( la legge contro i delitti ambientali è ferma in Parlamento da oltre 10 anni). Grido contro il disastro della discarica di Ferrandelle (Caserta), dove sono stati sversati oltre 1 milione di tonnellate di rifiuti tal quali . In quella discarica c’è un sito di compostaggio, costruito anni fa e mai utilizzato, pieno di balle di rifiuti tal quali. Grido contro la decisione di costruire un nuovo inceneritore a Napoli est, nella zona di Ponticelli, nel cuore della città, che brucerà 400mila tonnellate di rifiuti all’anno. La gara d’appalto per costruire quell’inceneritore (che costerà 230 milioni di euro) è stata rimandata a settembre. In una zona già altamente inquinata, costruire un inceneritore è criminale. Grido contro le stravittoria delle ecomafie, che diventano sempre più potenti e strafottenti in questa regione. Basta leggere il rapporto 2009 di Legambiente per rendersene conto. Grido contro la decisione di bruciare le eco balle nei cementifici di Maddaloni(Caserta) e nelle centrali dell’ENEL. Grido per questa regione martirizzata, simbolo del pianeta Terra, anch’esso minacciato di morte in nome del profitto. Basta leggere l’ultimo Rapporto dei 2500 scienziati dell’ IPCC (il comitato scientifico dell’ONU per i cambiamenti climatici) per rendersene conto e capire la gravità della situazione. Questo mio grido si unisce al grido di tanti cittadini che dal basso stanno impegnandosi per far nascere il nuovo. E il nuovo , può oggi nascere solo dal basso. Dall’alto non c’è più nulla da aspettarsi. La speranza viene solo dal basso, dalla capacità dei gruppi, comitati di mettersi insieme, di fare rete sia a Napoli come in Campania. In questo periodo sono nati il Coordinamento regionale per la gestione pubblica dell’acqua e il Coordinamento regionale rifiuti che riunisce le comunità e i comitati su base regionale. Sta nascendo ora anche il Forum regionale antirazzista che riunisce i gruppi che lavorano a favore di immigrati e Rom. Sta lentamente nascendo anche la rete di comunità immigrate della città di Napoli per permettere ai rappresentanti delle comunità etniche presenti sul territorio di parlare. In questo spirito è nato quest’anno anche Segnali di Fumo che mette insieme pezzi di cittadinanza attiva in città per fare pressione sulle istituzioni locali. Senza dimenticare la Rete del Rione Sanità che da anni lavora per creare sinergia in questo non facile quartiere, e che quest’anno ha finalmente fatto partire , in stretta collaborazione con la Banca Etica , il Microcredito per stimolare nel Rione nuove iniziative economiche.(Tutto questo dovrebbe partire il prossimo autunno).Sono tutti segni di speranza perché non è facile a Napoli e in Campania lavorare insieme; c’è un nuovo spirito che dal basso sta soffiando in questa regione. Questo lavoro unitario ha portato ad una bellissima vittoria proprio in questo mese contro l’inceneritore a biomasse che era in progettazione a S. Salvatore Telesino( Benevento). Insieme si può! La speranza viene dai fratelli/sorelle di strada impegnati strenuamente sull’acqua, sui rifiuti, sull’ambiente. Sono nate delle splendide amicizie ,che ci sorreggono in questa difficile resistenza in Campania. Fra i tanti e tante, vorrei ricordare Raffaele Del Giudice, presidente di Legambiente Campania che, mosso da una sacra passione per le sue terre,lotta contro lo strapotere delle ecomafie. E’ lui che ha scoperto il disastro di Ferrandelle .Finché ci sono persone così, c’è ancora speranza in questa regione. Una speranza che nasce dalle autentiche relazioni umane dentro i comitati, i gruppi, le reti dove le persone diventano ‘dono’ gli uni per gli altri:la straordinaria ricchezza di questo popolo. L’ho sperimentato soprattutto nelle piccole comunità cristiane (sono sette) che, con padre Domenico (il suo arrivo alla Sanità è stato un grande dono per me !), stiamo coltivando qui, alla Sanità. E’ straordinario vedere la ricchezza delle relazioni umane, la capacità di lettura della realtà alla luce del Vangelo (è la lettura popolare della Bibbia) e l’impegno verso i più poveri (ogni mercoledì sera portano un pasto caldo a chi dorme per strada!).E’ proprio bello vedere che sono i poveri che aiutano i poveri! Quanta speranza ricevo da loro! E quanta speranza ho avuto dai volti dei ragazzi in difficoltà del Rione Sanità , durante il campo di lavoro(13-19 luglio), che abbiamo organizzato. E’ stato padre Domenico a sapere aggregare le forze del territorio e trasformare questo sogno in realtà!Quanta forza, gioia, umanità ho ricevuto dai volti di questi ragazzini, di una vitalità straordinaria, e dai loro genitori!E’ stata una boccata di speranza, di Vangelo! Ho scelto come missionario di vivere in questa città e regione in questo preciso e drammatico momento storico , per annunciare la ‘buona novella’ di vita di Gesù di Nazareth e per denunciare la situazione di morte che incombe. Sono grato che il Papa nella sua recente enciclica sociale abbia voluto ricordare che il nesso stretto che c’è tra fede e vita concreta in campo economico, come politico e culturale . Ecco perché mi impegno come missionario e come prete ,su questi temi fondamentali per la vita. E nutro la profonda convinzione che siamo nelle mani di un Papà,per cui l’ultima parola non sarà della Menzogna, ma della Verità. Ne è un esempio la storia tragica dell’amianto. Ci sono voluti vent’anni di duro impegno sociale per arrivare al grande processo di Torino, ora in corso, contro gli industriali dell’amianto. Non mi direte che gli industriali non sapevano , negli anni ‘70-’80, che l’amianto produceva tumori ( il terribile mesotelioma!). Lo sapevano , ma ha vinto la logica del profitto…! E così abbiamo avuto migliaia e migliaia di vittime! Sul monumento alle vittime dell’amianto a Monfalcone c’è scritto: “Costruirono le stelle del mare, li trafisse la polvere, li uccise il profitto.” Che non succeda altrettanto per i rifiuti! Dio è stanco di morti in nome del profitto: Lui vuole che i suoi figli vivano in pienezza la loro vita, ora e per sempre .Basta con tanti morti in nome del profitto. Che vinca la vita! Alex Zanotelli

 
Di report (del 01/06/2009 @ 09:08:08, in Welfare locale, linkato 241 volte)

La lagnanza non riguarda l’Eliporto di cui il Sindaco e tanti altri si riempiono la bocca, ma che ancora oggi non funziona oltre una certa ora e la gente ci rimette le penne, ma un bell’esempio di inefficienza, il punto è che nessuno paga …..

Un giorno una signora in preda a forti dolori alla gamba si reca presso l’Ospedale di Noto, dopo le file di routine finalmente la visitano e le eseguono le radiografie, fra consulti ed altro il tempo passa, ma i dolori della signora permangono.
La signora : “per favore aiutatemi non ne posso più dal dolore”
Il medico : Signora le possiamo fare un infiltrazione, ma non mi assumo la responsabilità.
La signora : firmo subito purchè mi aiutiate.
Arriva il responso signora lei ha un principio di osteoporosi, vada a casa fra qualche giorno ritorni per una visita di controllo, prenda degli antidolorifici.
La signora non contenta dice alla figlia, prenotiamo una visita dal Dott. …. a pagamento, sempre all’interno della struttura ospedaliera, non fidandosi del giudizio del precedente.
Al costo di 100 euro l’ortopedico gli diagnostica la possibile rottura del menisco e dspone che faccia una risonanza magnetica, sempre a pagamento per un ulteriore costo di 100 euro.
Presso l’ambulatorio di risonanza magnetica “privato” il medico si accorge subito che qualcosa non va e dice alla signora , ma ha eseguito una lastra?
Si certo ma non c’è nulla, signora guardi che lei ha dei problemi al menisco ma i dolori le derivano da una frattura, la signora rimane allibita , ma come!!!!
Il medico dello studio privato, per coscienza, esegue una radiografia e la mostra alla signora e le dice “LEI HA LA GAMBA FRATTURATA“.
La signora dopo tante peripezie ritorna in ospedale perché devono ingessarle la gamba ed il medico di turno, quasi la rimprovera, ma signora prima di venire in Ospedale perché si è ridotta così?
La signora ma guardi che in Ospedale hanno sbagliato la diagnosi ed il medico rimane quasi disorientato, chiamano il medico che al P.S. ha fatto la prima diagnosi e questi candidamente :
” SA SIGNORA TANTE VOLTE NELLE RADIOGRAFIE NON SI VEDE NULLA “
Per questa volta è andata bene

La signora con 200 euro è riuscita a saper del perché dei dolori che ha dovuto sopportare per 20 giorni , fortuna ha voluto che diagnosi e cura sbagliata non ha prodotto alcun danno …….

E nonostante ciò queste persone rimangono sempre al loro posto

QUI NON INTENDO MUOVERE LE SOLITE ACCUSE MA SAREBBE IL CASO CHE GLI INCOMPETENTI SI MANDASSERO A CASA

Per la cronaca il fatto non è un invenzione è successo a mia sorella nel mese di aprile di quest’anno, ha ancora il gesso !!!!

Daniele Manfredi

 
Di Nerone (del 11/12/2008 @ 22:35:20, in Welfare locale, linkato 188 volte)

Come maiali e mucche diventano riciclatori di rifiuti industriali E' di nuovo tempo di allarmi alimentari legati alla filiera di prodotti animali: qualche giorno fa sono stati comunicati gli esiti di una ricerca svedese che accusa gli hamburger di essere tra gli agenti scatenanti dell'Alzheimer, quasi contemporaneamente in Italia si è avuta la segnalazione di bambini colpiti da escherichia coli presente nel latte crudo contaminato, in questi giorni verranno abbattute le 1600 pecore vicino a Taranto colpevoli di aver pascolato in prati alla diossina e l'Europa si trova di nuovo alle prese con la diossina rilevata nelle carni di maiale e di bovino allevati in Irlanda. Di nuovo, perchè già nel 1999 si era avuto un episodio di contaminazione di moltissimi allevamenti a causa di mangimi contenenti diossina prodotti in Belgio. Le carni ed i mangimi si erano diffusi in tutto il continente. Adesso la vicenda si ripropone e, mentre nel '99 erano interessati polli e suini, questa volta insieme ai maiali sono stati colpiti i bovini. In verità dopo quel primo episodio arrivato alle cronache la diossina è stata compagna sgradita delle attività zootecniche in tutti questi anni: nel gennaio del 2006 prosciutti e carne di maiale proveniente dal Belgio avevano presentato la stessa problematica in modo grave, dal 2003 è iniziata la trafila di ritrovamenti nel latte di bovini e bufali soprattutto a sud, con una continuità inarrestabile, dall'inizio del 2008 sono iniziate le plurime segnalazioni di contaminazione nel Tarantino e di nuovo in Campania. La presenza di diossina è in costante e preoccupante aumento. La diossina che esce da impianti industriali, da inceneritori o che è causata dal traffico automobilistico si deposita sui terreni e da qui passa nei vegetali e poi nel latte, nelle uova, nelle carni di animali che hanno mangiato questi vegetali, passa cioè nella catena alimentare animale e poi umana. La presenza della diossina è comune a tutta la penisola, dal sud al nord: in Valtellina è stata trovata nei polli, a Vercelli nelle uova e nel latte dell'unica azienda controllata. I casi più gravi, come quello dei polli del Belgio e dei maiali e bovini dell' Irlanda, indicano però un altro meccanismo: la molecola non arriva "dal cielo" ma viene direttamente immessa nei mangimi. La causa è sempre una sola e cioè il desiderio di guadagno da parte di imprenditori senza scrupoli che, non contenti di lucrare su sostanze di basso costo vendute a caro prezzo, approfittano della capacità degli animali di riciclare sostanze di scarto per introdurre nei mangimi rifiuti veri e propri, anche pericolosi. Da sempre agli animali allevati sono stati dati degli scarti come cibo, in particolare il maiale era allevato con gli scarti di cucina. Nelle fattorie, con gli animali, da un punto di vista ecologico, si chiudeva il cerchio. Si trattava di pochi animali e di rifiuti organici. Ora invece nell'allevamento industriale si riciclano … rifiuti industriali. La diossina è un prodotto di scarto che invece di essere smaltito come rifiuto tossico viene somministrato agli animali. Il guadagno è enorme: si incassa il costo dello smaltimento e in più si ricavano i soldi dalla vendita del mangime così addizionato. Un bell'affare non c'è che dire anche se nel caso dell'Irlanda la causa ufficiale si dice sia un problema tecnico dovuto al guasto di una apparecchiatura. Ora c'è la corsa a rassicurare i consumatori per non danneggiare la filiera e gli operatori del comparto, che però invece di dimostrare coscienza sociale ed etica imprenditoriale non smettono di speculare sulla salute dei consumatori e di trattare gli animali come pattumiere. Infine due considerazioni. In Italia si fanno circa 200 campioni di routine ogni anno in tutto il paese per la ricerca della diossina, e solo in caso di riscontri positivi o di segnalazioni la ricerca si infittisce, ed è facilmente immaginabile che le positività non sono che una piccola punta di un iceberg enorme, perché se bastano pochi campioni a individuare la molecola vuol dire che il problema è diffusissimo. Inoltre abbiamo qualche difficoltà a credere alle raccomandazioni sulla sicurezza per i consumatori se è stato ammesso, solo dopo cinque anni, che il primo famoso scandalo (quello del 1999) ha causato la morte di almeno 250 persone per colpa della diossina. Enrico Moriconi Fonte: www.liberazione.it 11.12.08

 
Di NOTOLIBERA (del 21/06/2008 @ 14:23:35, in Welfare locale, linkato 194 volte)

Comunicato Stampa della CGIL-Sanità e Camera del Lavoro di Noto sui provvedimenti successivi all'incontro tenutosi in data 16.04.20008 tra i rappresentanti della CGIL e la Direzione Sanitaria (delegato dal Commissario Straordinario) dell'Ospedale Unico Avola-Noto.
In occasione di quell'incontro erano stati trattati diversi argomenti "caldi" su cui si riteneva necessario intervenire con urgenza.
Oggi a distanza di due mesi è il caso di fare il punto della situazione:
1) Per quanto riguarda il blocco delle prenotazioni delle Mammografie non urgenti, non è ancora cambiato nulla per cui è ancora in vigore la riduzione delle sedute settimanali.
2) Gli interventi in emergenza-urgenza da eseguire nel complesso operatorio del Trigona di Noto sono una prospettiva sempre più lontana fino ad oggi con tutto ciò che può derivare, specialmente per i pazienti-utenti.
3) Per quel che riguarda le nuove ambulanze di rianimazione purtroppo non vi è alcuna traccia. Arriveranno "dicant" ma quando?
4) Le carenze di personale medico e non, dovute anche all'imposizione del piano di rientro che l'Azienda deve osservare (piano di rientro che però non impedisce che a Noto nascano nuovi Laboratori di analisi convenzionati!) sono ancora una realtà specialmente in alcuni servizi come la Radiologia (dove addirittura per carenze di personale gli esami ambulatoriali esterni come da nota del 12.06.2008 con prot. 6526/N in cui si evince che per i mesi di Luglio ed Agosto le prestazione esterne di radiologia verranno eseguite al P.O. di Avola, in quanto a Noto presta servizio un solo radiologo.
Inoltre come purtroppo da altri paventato la T.A.C. di Noto è di nuovo chiusa in quanto guasta (Sic!), non meno è il Laboratorio Analisi, o reparti come la Geriatria, la Lungodegenza e così via.
5) La pista per l'Elisoccorso non è ancora agibile per il volo notturno.

A più di due mesi di distanza dunque dall'ultimo incontro non sembra essere cambiato granchè relativamente ai punti appena accennati, certamente con l'estate alle porte e con una probabile crescita dell'Utenza della zona sud, il bilancio non può che essere negativo.
Tanto più se si ricorda che solo pochi mesi addietro è stato inaugurato a Noto un nuovo ed accogliente Pronto Soccorso che per essere all'altezza di ciò che promette deve poter necessariamente disporre di supporti come quelli appena ricordati e di altro.
La Camera del Lavoro di Noto e la CGIL- Sanità desidera ricordare alla Direzione sanitaria del P.O. Avola-Noto che le problematiche sollevate e sollecitate per la loro importanza rivestono carattere d’urgenza.

 
Di LINCONTINENTE (del 23/05/2008 @ 01:05:00, in Welfare locale, linkato 409 volte)

 

A distanza di un anno riprendiamo l'articolo de LINCONTINENTE su un argomento a dir poco "scabroso" - Notolibera

L'ARGOMENTO CHE NON C'E' L’occasione ghiotta delle discussioni sul P.R.G., questa urbanistica tela di Penelope in perenne fase iniziale (anche perché già al secondo Ulisse), mi permette di uscire un po’ dai soliti argomenti contingenti di politica locale, per sottoporre all’attenzione del lettore alcune mie semplici riflessioni su un argomento che a Noto sembra bandito dai dibattiti, dalle analisi e da qualsiasi seria programmazione (persino dai velleitari e improbabili programmi elettorali), in pratica sistematicamente rimosso dalla coscienza collettiva di questa cittadina e, soprattutto, di quella degli amministratori e di chi si pone l’ambizioso obiettivo di sostituirli. I “caminanti” residenti a Noto.... Sono sicuro dell’imbarazzo, più o meno inconfessato, che in questo momento sta assalendo il lettore (se questo si può considerare un medio “netino”), insieme ad una sfilza non indifferente di luoghi comuni. Ma è proprio nell’affrontare questi problemi che ci toccano così da vicino che otteniamo la reale misura del nostro livello di apertura mentale e dell’effettiva sensibilità che ci anima nei confronti delle tematiche sociali. Un gravoso cimento per le nostre coscienze, quasi quanto quello di alcuni padri che conosco, i quali, dopo avere professato da sempre le loro larghissime vedute sulle problematiche educative dei figli, messi finalmente alla prova dai normali problemi delle loro neoadolescenti “figlie femmine”, si sono trasformati in impacciati arcaici patriarchi con tanto di logoranti pedinamenti e di circospette, quanto clandestine, perquisizioni degli zaini scolastici.
Dato che queste riflessioni prendono le mosse da una ottica centrosinistriana, occorre subito confinare ed eliminare prontamente, qualsiasi atteggiamento e presa di posizione preconcetta e superficiale, in modo da allontanare dalla nostra analisi possibili derive settarie, o peggio, di vago sapore segregazionista.
Perché già, come meccanismo mentale tacitamente acquisito, esistiamo “noi” e “loro”:  “loro” non sono netini e non si vede come possano essere considerati tali. Nei circa quarant’anni di coabitazione e di stabilizzazione di questa “presenza” a Noto, territorialmente ben circoscritta, si sono evidenziate alcune “loro” indubbie peculiarità. E’ interessante, infatti, centralizzare la nostra attenzione non sulle debolezze ed i difetti che, anche se in diversa misura, accomunano “noi” e “loro”, bensì sulle “loro” specifiche caratteristiche che, in un certo senso, fanno “sistema”, cioè possono essere considerate essenziali e riconoscibili al fine di definire la “loro” identità di gruppo socialmente distinto e rilevante.
Ovviamente il mio approccio al problema non ha alcuna pretesa di essere scientifico, ma frutto (questo sì), di ragionate considerazioni condite di sano realismo e il più possibile mondate dalle ipocrisie che incombono quanto si vuole essere a tutti i costi “politically correct”. Lascio a chi si può piccare di avere erudite conoscenze di antropologia e sociologia, l’arduo compito di analizzare più a fondo la tematica, perdonandomi per ora per le inevitabili ingenuità che incontrerà nella esposizione delle mie opinioni.
Addentrandomi nella ricerca di analogie chiarificatrici, in grado di suggerire la giusta chiave di lettura, mi rendo sempre più conto che ci troviamo di fronte ad un problema del tutto particolare. Non è possibile fare parallelismi con i contesti sociali che caratterizzano le periferie delle medie e grosse città; lì, infatti, gli agenti “differenzianti” sono costituiti da un misto di sottocultura dell’illegalità, di frustrazioni e di disagio economico; ma tutto, a mio avviso, in relazione e paragonato all’altra parte della società che può apparire banalmente “per bene”. Per questo, i tentativi tesi ad elevare il generale livello culturale e ad imporre con accortezza l’emulazione del modello etico e sociale predominante, non possono che promuovere l’auspicata integrazione sociale.
Non è neanche possibile fare analogie con i quartieri di alcune grandi (e ormai anche piccole) città, occupate da prevalenti etnie di immigrati che, pur mantenendo tenacemente le tradizioni ed i costumi dei paesi di origine, sono innegabilmente orientati al conseguimento di una stabile condizione di benessere economico, che rende sempre fondamentale il confronto ed il raggiungimento di un ragionevole compromesso con il modello etico e sociale, economicamente predominante. Anche qui, con le dovute attenzioni alle diversità, è raggiungibile (almeno teorizzabile) un accettabile livello di coesistenza e di integrazione sociale.
Nè è possibile fare un utile parallelismo con le comunità Rom (gli zingari veri e propri), perché queste appaiono sostanzialmente incapaci (forse non interessate) al raggiungimento di un livello generale economico in grado di affrancarle da una vita spesa nelle roulotte o in baracche fatiscenti. Questa importante elemento distintivo, come ben sappiamo, non è per niente riconducibile alla comunità dei “caminanti”.
Proprio in questi giorni, su “La Repubblica”, ha luogo un acceso dibattito che prende le mosse dallo sfogo di un lettore che, in buona sostanza, in una lettera a Corrado Augias, afferma: “sono di sinistra, ma a causa della legalità trascurata, sto diventando razzista”. Certo, l’accoppiata “di sinistra” e “razzista” è veramente stridente, come un DS che vota un sindaco di destra, come un no-triv che, senza alcuna effettiva utilità, fa il gioco di un sindaco di destra, pur sospettando (almeno lo spero) che a quest’Ultimo, in effetti, non gliene importi più di tanto. Ma invece di sollevarsi da sinistra il coro di ipocrite disapprovazioni, da titolati sindaci, quali Veltroni (Roma), Chiamparino (Torino), Cofferati (Bologna), Domenici (Firenze) e Zanonato (Padova), viene affermato il sacrosanto principio che la legalità è un diritto (oltre che un dovere) e chi la auspica, o la garantisce, sta dalla parte dei deboli. In altre parole non bisogna confondere la tolleranza con il permissivismo e l’impunità, altrimenti si offre alla destra il monopolio di essere gli unici ad avere a cuore la sicurezza dei cittadini “per bene”. E questo non paga né eticamente, né tanto meno (dato l’andazzo europeo) elettoralmente.
Ad ogni buon conto, occorre segnalare che a Noto, indistintamente a destra che a sinistra, in modo del tutto bipartisan, non si è mai vista una vera sensibilità contro le illegalità di un certo peso, vuoi perché i voti, come i soldi, non puzzano; vuoi perché tutti abbiamo una macchina, per cui magari paghiamo ancora le rate, e ci procurerebbe un certo disappunto vederla consumare come effimero oggetto luminoso nella notte netina. Certo, in questi giorni assistiamo ad un fiorire di interventi di esponenti politici locali colti da sussulti di tensione etica ed ideologica e di amore per la legalità; sono però sicuro che, sul campo, nessuno di loro (per comprensibilissimi motivi, per carità) sarebbe disposto a calarsi in trincea. Sciagurato è quel paese che ha bisogno di eroi …
Più mi addentro nel problema, più mi convinco che per “loro” siamo “noi” il problema. “Loro”, infatti, posseggono un loro sistema autonomo di tradizioni e di costumi ed una struttura sociale gerarchizzata ben definita e collaudata. I “loro” problemi, materia del “nostro” codice civile, fin quando non assumono una evidenza ai sensi del “nostro” codice penale, vengono risolti all’interno della stessa comunità. Per “loro” il concetto comune di libertà secondo cui quella di ognuno finisce dove inizia quella degli altri, all’interno del “loro” territorio e secondo le “loro” regole, è perfettamente rispettato.
L’unica grossa pecca è nel “loro” concetto di “res publica”. Le uniche vere difficoltà derivano, infatti, dalle “incomprensioni” che nascono dall’applicazione del “nostro” sistema di regole nei campi sociale, economico, fiscale, urbanistico, assistenziale e sanitario, con cui devono fare i conti periodicamente ed inevitabilmente per il “loro” sostentamento.
In questi giorni, sempre a proposito di P.R.G. condiviso, qualcuno invoca l’attiva partecipazione dei cittadini, mediante l’audizione di opportune delegazioni rappresentative degli interessi comuni di parti del nostro territorio. Immaginiamo quindi la legittima partecipazione di una delegazione dei quartieri a quasi esclusiva presenza di “caminanti”. Dopo avere constatato, se ancora fosse necessario, le sostanziali differenti visioni sul modello di sviluppo della zona, caratterizzato da un pluridecennale spontaneo autodeterminismo urbanistico (tutto sommato un riuscito esperimento ante-litteram di micro-federalismo), i rappresentanti delle istituzioni si troverebbero di fronte a tre alternative: la prima è di applicare le norme così come sono vigenti nella nostra Regione e quindi dare luogo a fastidiosi ed imbarazzanti procedimenti sanzionatori o peggio. La seconda, più realista del re, è quella di abdicare alle normali proprie funzioni di prevenzione, regolamentazione e controllo, trovando degli opportuni escamotage giuridico-tecnici (se praticabili) tali da creare una specie di grande condono locale, una sorta di istituzionalizzato “scurdammene o’passato” (nel medesimo discutibile stile adottato, con successo, dallo stato per sanare le irregolarità fiscali), che avrebbe però il vantaggio, non indifferente, di costituire la premessa fondamentale per l’avviamento di un processo di normalizzazione e qualificazione di questa “enclave”, di questa “isola che non c’è”, il cui funzionamento sembra, oggi, più misterioso di quello di una zona protetta dal segreto militare. La terza, apparentemente più comoda, è quella di glissare elegantemente per l’ennesima volta, lasciando ad un augurabile e risolutivo intervento della magistratura e delle forze dell’ordine, l’arduo compito di riprendere definitivamente il controllo del territorio.
Eppure sono sicuro che, da un più asettico punto di vista antropologico, le “loro” usanze, la “loro” struttura sociale articolata dal nucleo familiare fino alle “loro” gerarchie sociali, si configurano come un patrimonio culturale particolare, una specificità da salvaguardare nel rispetto delle diversità e delle minoranze. E allora? A parte il sostanziale fallimento dei pur nobili tentativi di integrazione scolastica, che ci ribadiscono quanto impermeabili “loro” siano a qualsiasi più generale tentativo di integrazione, rimaniamo al solito punto morto, generatore di insofferenze, intolleranze, sensi di impotenza che, di tanto in tanto (fino ad oggi), vengono alleviati (confessiamolo magari con una certa vergogna), quando sentiamo parlare di qualche arresto o blitz da parte delle forze dell’ordine (ovviamente non locali) o quando, con cadenza annuale, una parte consistente di tale comunità si “allontana” (dove e a far cosa?) per tornare, mesi dopo, o quando veniamo a sapere che una parte consistente intende trasferirsi a Belvedere, amena e salvifica frazione di Siracusa.
Più in generale, esclusa la possibilità, non del tutto peregrina, di premere verso il riconoscimento di tale comunità come minoranza culturale da salvaguardare, oggetto di mirati provvedimenti amministrativi ed economici, in grado di favorirne l’evoluzione verso un nuovo assetto sociale più accettabile secondo i “nostri” criteri, resta la solita panacea di sempre: quella di girarci altezzosamente, da “veri netini”, dall’altra parte, ignorando ciò che in effetti avvertiamo come un problema locale ingestibile e senza soluzione, presentandolo alle personalità ed ai visitatori esterni, al più, come una delle tante sfaccettature folkloristiche della nostra amata Sicilia. Pertanto, continuiamo pure ad escluderlo da qualsiasi programma o dibattito politico, da qualsiasi forma di pianificazione urbanistica e sociale, e più generalmente da qualsiasi scambio di opinioni al di fuori del contesto familiare o della passeggiata domenicale.
Smaltita l’anestetica temporanea ebbrezza data dalla trattazione di grandi principi etici e di legalità nella politica, sarebbe finalmente il caso di affrontare con altrettanta tensione morale anche le contraddizioni sociali in cui ci troviamo, tutti con un pizzico di coraggio, di iniziativa e di senso della responsabilità in più, senza il bisogno di sperare vanamente nell’intervento di improbabili eroi.

 
Di revolver (del 26/11/2007 @ 14:13:28, in Welfare locale, linkato 346 volte)

Le mani dei politici sulle società che gestiscono le cliniche E in pochi anni il fatturato per i ricoveri si è moltiplicato Scandalo più, scandalo meno, chi glielo fa fare a quelli che comandano in Sicilia di risanare la Sanità? Chi glielo fa fare, se il business delle strutture private è in gran parte in mano loro? Certo, ogni tanto ci scappa un morto. Negli ultimi mesi sono state aperte 13 inchieste su decessi che gridano vendetta. Il procuratore antimafia Pietro Grasso ha spiegato a un convegno che otto medici su dieci sono sotto inchiesta. Sotto inchiesta per iniziativa dei giudici o per una denuncia (a volte pretestuosa, ovvio) dei pazienti. E Francesco Storace, pur essendo la sanità isolana in mano alla destra, ha sperato perfino di commissariarla. Seccante. Ma mettetevi al posto loro, di quei politici: se viveste in un sistema in cui ai privati arrivano i soldi e alle strutture pubbliche le rogne, vi dannereste davvero l’anima per far trasformare certi nosocomi sgarrupati in cliniche linde ed efficienti? Prendiamo Siracusa. Nel 2001 gli ospedali pubblici fatturarono per i ricoveri (35.241) poco meno di 55 milioni di euro, le case di cura private (13.034) poco più di 22 milioni. Quattro anni dopo, nel 2005, secondo la stima di Giuseppe Bruno dei medici della Cgil in base a dati aggiornati a settembre, il fatturato delle strutture pubbliche è calato a 53 milioni di euro (29.500 ricoveri) e quello delle private (17.000) è schizzato a oltre 40. Vale a dire che se l’incasso degli ospedali dell’Asl 8 è sceso di un punto, quello delle cliniche private è cresciuto in pochi anni dell’83 per cento. Quanto al peso medio sulle tasche della collettività, un ricovero ospedaliero costa 1.796 euro, uno privato 2.382. Un terzo di più. Un lusso, per un sistema che avrebbe divorato nel 2005 (i dati esatti mancano: c’è l’andazzo di fare marciare le cose con finanziamenti provvisori per poi uscire dal vago solo coi bilanci consultivi, molto ma molto tempo dopo) circa 550 milioni di euro. E che già nel 2004 (col budget fissato il 30 dicembre, ad anno finito) era andato in profondo rosso: 80 milioni di deficit per il solo settore pubblico. Ma un lusso soprattutto in rapporto alle prestazioni offerte. Esempi? Il polo chimico di Priolo, Augusta e Melilli è stato a lungo devastante per la salute pubblica. Qui erano alcune delle industrie più inquinanti d’Italia tra cui uno degli stabilimenti principali dell’Eternit, qui enormi carichi di amianto sono stati fatti sparire, qui i bambini che giocavano sul campo di Priolo svenivano appena pioveva perché erano state seppellite lì quantità impressionanti di ceneri di pirite. Qui una morte su tre, secondo Legambiente, è stata in questi anni causata da tumori. Qui il tasso di bambini malformati è spaventosamente più alto. Eppure in tutta la provincia non c’è un solo letto pubblico dedicato all’oncologia. Né un centro per la radioterapia, tanto che un’associazione non-profit ha dovuto attrezzarsi con un pulmino per portare tutti i giorni i pazienti a Catania. E poi non c’è in tutta la provincia una sala operatoria o un posto letto pubblico per la cardiochirurgia o la neurochirurgia. E non c’è modo di fare un esame o una semplice radiografia (per non dire della Tac) se non aspettando una vita nelle liste d’attesa del centro piccolo e impotente distrettuale perché laboratori e radiografie dell’ospedale Umberto I si occupano solo dei ricoverati. E non c’è possibilità di fare una risonanza magnetica.E non è più attiva da cinque anni alcuna forma di assistenza domiciliare integrata e neanche quella per i pazienti in fase terminale o i malati di Aids. E in tutta la provincia c’è una sola ambulanza del 118 (una!) col rianimatore a bordo. I servizi, quando ci sono, sono nelle cliniche, negli ambulatori e nei laboratori privati. Che vivono tutti, ovvio, coi soldi pubblici. E chi sono i padroni di questo mondo a parte? Il monarca è Nunzio Cappadona, che fino a giorni fa era assessore alla Solidarietà sociale del comune di Siracusa e si è dimesso per correre alle Regionali con l’Udc di Totò Cuffaro, padrino di suo figlio. Nato in una famiglia non ricca, aveva cominciato come contabile di Francesco Giardina Papa, il quale tiene ancora il 93% di «Villa Santa Lucia». Ma nei fatti è tutto inmano a lui, Nunzio, amministratore unico della «Glef» (ex Santa Lucia, di cui ha il 7%) e azionista di una quindicina di società, quasi tutte nel settore sanitario: dalla «Sogeab» di Siracusa (servizi contabili per le case di cura) alla «Porta del Mondo» (gestione di cliniche a Enna), dalla «Mediterranea sanitaria» di Vittoria alla «Biosol» (laboratori di analisi), dalla «Cacief» (lavanderia della clinica Santa Lucia) ai laboratori di analisi «Biotest». Un piccolo impero. Di cui fan parte anche «Villa Benedetta» a Sciacca, la «Nucleos» (apparecchi elettromedicali) a Bologna, la «Villa Santa Caterina» e la «Nuova casa di cure Demma» di Palermo. Nunzio Cappadona è però solo la punta di diamante. L’Istituto Ortopedico «Villa Salus» di Augusta è di Innocenzo Galatioto, già deputato regionale del Psdi e candidato al Senato nel 2001 con Sergio D’Antoni. L’Istituto di diagnostica per le immagini «Aretusa», punto di riferimento per una radiografia o una Tac, ha tra i soci principali Bruna Ossola, compagna del senatore azzurro Roberto Centaro, presidente dell’Antimafia, il cui cugino Aldo Centaro è amministratore unico della «Gesan» (costruzione e gestione case di cura). «Villa Azzurra», specializzata in neuro-chirurgia, cardiologia, urologia e terapia intensiva, è in pugno al presidente cuffariano del Consiglio comunale Giuseppe Musumeci (padrone pure della Elettromedical, costruzione e gestione di cliniche e impianti per apparecchi elettromedicali) e al segretario del comune Bruno Burgio, azionisti insieme anche nella «Casa di cura Igea». Tra i soci di «Villa Rizzo» puoi trovare Luisa Confalone, sorella del ginecologo e deputato forzista regionale Giancarlo. Il quale è azionista di «Ultramedical» (gestione sevizi medico sanitari) con Antonino Liistro, consigliere comunale di Forza Italia e Antonello Liuzzo, assessore comunale azzurro all’Ambiente. Che a sua volta ha una quota anche nella già citata Villa Rizzo. Dove fino a pochi anni fa aveva azioni pure «Titti» Bufardeci, sindaco di Siracusa, poi evaporato col subentro di una società fiduciaria, la «Euramerica», ora Finnat. Tutto lecito, per carità. Magari cristallino. Ma resta il tema: questa rete di interessi può o no seminare il dubbio che non tutti gli interessati abbiano voglia di battersi come leoni per dar la precedenza al pubblico sul privato? Tanto più che, a Siracusa, si è assistito a cose curiose. Come l’esborso di un milione e 134 mila euro nel solo 2003 per «consulenze legali» a otto anni dalla decisione di assumere due avvocati, mai assunti. O la scelta di non comprare una risonanza magnetica (costa da 800 mila a un milione di euro) ma di prender in affitto senza gara d’appalto una Rmn mobile costata 750 mila euro complessivi nei soli sei mesi iniziali. Contratto poi rinnovato per un altro anno abbondante nonostante si fosse appurato che le richieste erano 900 l’anno e per andare in pari avrebbero dovuto essere almeno 4.000. Fate voi i conti. Una storia davvero curiosa. A partire dall’inizio, cioè dalla decisione di dotarsi della Rmn. La data era il 10 febbraio 2003. Tre giorni dopo alla Asl avevano già sul tavolo (protocollata!) la lettera d’offerta della società che l’affittava. E il giorno dopo, 14 febbraio, l’affare era già fatto. Miracolo: 4 giorni! Compreso il viaggio della lettera! E poi dicono che è sempre colpa della burocrazia lenta... Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

 
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