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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Admin (del 15/08/2010 @ 23:26:05, in Cultura, linkato 196 volte)
Gabriele Bosco,Violino,Lunedi 23 Agosto ore 21.00 ex convento dei gesuiti.Pianista Chiara Musumeci.
Gabriele Bosco inizia lo studio del violino a sette anni presso la scuola d'archi del M° Corrado Galzio, continua gli studi al conservatorio "Vincenzo Bellini " di Catania. Debutta a dieci anni da solista accompagnato dall'orchestra giovanile in varie manifestazioni.
Vincitore di molti concorsi fra cui : Il Premio Nazionale delle Arti indetto dal ministero dell'universita' e della ricerca. Nel 2004 partecipa alla rassegna Andrea Amati a Cremona presidente della giuria il M° Salvatore Accardo, nello stesso anno riceve dalla sua citta' una targa di riconoscimento per i risultati ottenuti . Ha studiato per due anni alla scuola centrale musicale per
talenti del Tchaikovsky sotto la guida del M° Sergey Girshenko. Ha seguito corsi di perfezionamento con i M° Rodolfo Bonucci, Mariana Sirbu, Alessandro Perpich. Attualmente studia con il M° Vito Imperato. E' primo violino del quartetto Zaund costituito quest'anno con la guida del M° Gaetano Adorno. Svolge attivita' concertistica da solista e in formazioni cameristiche.Suona un violino del settecento della scuola di J.Stainer.
Ipazia. Figlia di Teone Alessandrino,il commentatore delle matematiche,nata in Alessandria,scrisse di filosofia neoplatonica,di matematica e di astronomia: in particolare commentò Apollonio,Tolomeo e Diofanto. Ebbe corrispondenza con Sinesio. Le sue opere sono andate perdute. Ipazia, è celebre per la sua tragica fine … Segue un brevissimo quadro riguardante il suo massacro.
Questo più o meno e quanto riporta l’Enciclopedia Treccani,su Ipazia,poche righe che esprimono alcuni stringati concetti ch si limitano a parlarne molto formalmente e in maniera riduttiva,senza mettere minimamente in luce la sua intelligenza intuitiva,né il pensiero,né la vita,né le testimonianze.
A parte i vari ricercatori,studiosi e Poeti,che si sono occupati di lei,come ad esempio,Pallada,John Toland,Gibbon,Voltaire Diderot,Nerval Leopardi Proust,Margaret Alic,Gemma Beretta,Mario Luzi,Augusto Agabiti,Caterina Contini,Silvia Ronchey,Adriano Petta,e altri, è stato il regista spagnolo Alejandro Amenàbar, a parlarne diffusamente con un suo film dal titolo: Agorà, da alcuni mesi uscito nelle Sale italiane,dopo l’ostruzionismo di alcuni distributori del settore,ma una sottoscrizione di migliaia di firme ha contribuito anche se con un pò di ritardo a fare circolare il film nel “ Bel Paese “.
La prima scena del film di Amenàbar, che mi limito a ricordare,inquadra Ipazia che fa lezione nel Centro Studi di Via del Sole,ad Alessandria,dove insegna filosofia ai suoi discepoli,tra questi fanno parte Sinesio,divenuto Vescovo di Cirene,e Oreste,diventato Prefetto romano.
Ipazia,che in greco significa “ sublime “ , “ eccelsa “ , era una giovane donna sapiente di Alessandria d’Egitto,nata intorno al 370 d.C., filosofa razionale,Pagana,matematica,seguace di un sistema eclettico della filosofia,una filosofa molto eloquente e molto bella,di cui i giovani e i discepoli erano attratti,così come era molto stimata fra tutti gli abitanti di Alessandria.
Oltre ad avere seguito gli studi con suo padre Teone,filosofo e Rettore dell’Università di Alessandria,studiò ad Atene,nella scuola di Plutarco,dove ampliò le sue conoscenze filosofiche e scientifiche.
I suoi contributi alla scienza,grazie anche alle ricerche che faceva nella famosa Biblioteca di Alessandria,faro culturale del Mondo,furono l’invenzione dell’Astrolabio, l’Idroscopio e il Planisfero,queste sue invenzioni la portarono a capo della scuola Alessandrina,e ad essere spesso invitata al Senato della Repubblica della Città,a cui dava il suo contributo di idee,così come andava per le vie del centro della Città,indossando il Tribon, il mantello nero, dei predicatori Cinici,la divisa del filosofo di Piazza,a spiegare pubblicamente Platone,Aristotele,e altri filosofi del tempo.
Ipazia fu conosciuta ed ebbe fama nel Mondo,durante la sua breve vita,una filosofa neoplatonica,che andava “ al di là del bene e del male “, tollerante verso il dogmatismo dei cristiani,oppositori accaniti della cultura greca,spirito libero e libertario,in merito alle religioni,sosteneva: … “ che i culti,essendo soltanto forme esterne ed espressioni particolari del sentimento divino,non sono differenti l’uno dall’altro,che vi sono molte vie per giungere a Dio,e che ognuno è libero di scegliere quello che più gli aggrada “.
Nel 380 con l’editto di Teodosio,la Religione Cattolica,diviene Religione di Stato,da questo editto prendono corpo il fondamentalismo religioso,e le conseguenti persecuzioni contro gli Ebrei,i Pagani,gli Elleni,i Liberi Pensatori,e tutta quella gente che praticava i vari culti presenti ad Alessandria,che era una Città aperta culturalmente,tendente alla pluralità delle idee e delle religioni,ma il Vescovo Teofilo,investito di tutti i poteri,prima proibì i culti delle antiche religioni,e poi distrusse parte dei templi greci,bruciando i libri dei Pagani.
A Teofilo nel 412, succedette il Vescovo Cirillo,un Vescovo fanatico,prepotente,intollerante e integralista,che ebbe subito contrasti con il potere civile,con il Prefetto romano Oreste,contrasti che divennero conflitti e dissidi Istituzionali e personali,che Cirillo,ne attribuiva tutta la responsabilità alla Maestra e amica di Oreste,Ipazia,divenuta l’ostacolo principale sulla strada del Vescovo,ciò comportò la cacciata degli Ebrei da Alessandria,il saccheggio delle loro Chiese,la distruzione del Serapeo,tempio dove si praticava il culto di Giove Serapide,l’incendio della famosa Biblioteca di Alessandria,(sono stati stimati cinquecentomila volumi manoscritti andati bruciati e quindi perduti ) e la condanna a morte di Ipazia,avvenuta per mano dei fanatici e integralisti “ monaci parabolani “, capeggiati dalla guardia del corpo di Cirillo, Pietro il lettore,monaci che rappresentavano “ il braccio armato del Clero “, questi gli tesero un agguato mentre ritornava a casa in lettiga,Ipazia venne subito circondata,assalita,e trascinata in una Chiesa,dove gli furono strappate le vesti e con pugnali fatti di conchiglie la colpirono massacrandola fino a dissanguarla,facendo a pezzi il suo corpo, per poi portarne i resti al Kinaron dove li gettarono sul fuoco. Era il Marzo del 415 d.C., e la Chiesa gerarchica Cattolica,cancellando ogni diversità culturale,spirituale,e ogni opposizione al suo credo, sanciva il suo potere dopo finalmente avere restaurato la Città di Alessandria! Lo ratificava ulteriormente trasformando alcuni templi greci,come ad esempio,quello di Dioniso,in Chiese Cristiane.
A detta degli storici,dal 415 d.C., massacrata la filosofa Pagana,la scienziata Ipazia,vi fu come un blackout scientifico durato almeno mille anni!
Nel 1882 il Papa Leone XIII, proclamò Santo e Dottore della Chiesa il Vescovo Cirillo,mentre Papa Ratzinger, il 3 Ottobre 2007, ha celebrato e lodato il Vescovo Cirillo,dicendo che Cirillo governò la Chiesa di Alessandria, “ con grande energia “ per trentadue anni!
Nei tempi passati l’intolleranza e il fondamentalismo dei Vertici Vaticani,ha continuato nell’opera di repressione e di uccisione con i “ roghi “ , come avvenne nel 1431 per Giovanna D’Arco, e per il filosofo Giordano Bruno,bruciato vivo,a Roma,in Campo dei Fiori,per mano della Santa Inquisizione,mentre nei tempi recenti,chiaramente con metodi diversi e più sofisticati,i Vertici del Clero,spesso in concorso con i Vertici Politici,usando ” altri bracci armati “, come i Servizi Segreti, la CIA,hanno ucciso il Guru Indiano Hosho Rajneesh,non bruciandolo sul rogo,ma avvelenandolo con una sostanza chiamata “ Tallio “, in una prigione degli Stati Uniti.
Osho Rajneesh non era uno scienziato come Ipazia,era un filosofo,un mistico,una persona spirituale che parlava di “ rivoluzione interiore “, che praticava e pratica nonostante la sua scomparsa,nei suoi centri spirituali sparsi nel Mondo, la “ rivoluzione interiore “, mediante tecniche meditative,un pensiero – azione il suo che agisce e opera nella società del “ Mercato e dello Spettacolo “, e in ogni individuo,come la “ filosofia operante “ di Ipazia.
Per questa coniugazione di Pensiero – Azione, per questa filosofia “ non intellettuale “ , ma che tende a rivoluzionare gli animi e ogni cellula del corpo di ogni individuo, Ipazia e Hosho Rajneesh,pur nella diversità di passioni e funzioni diversi,ma con fini uguali, sono stati eliminati dai vari poteri, dai Vertici del Clero Cattolico, e dai Vertici del Potere Politico – Economico, perché ribelli, perché scomodi, perché destabilizzanti, perché pericolosi contro lo Status quo, di chi vuole anche con la forza la “ minorità “ , le vecchie e nuove schiavitù, il sottosviluppo dell’individuo,della persona,e non la sua reale libertà,la sua “ realizzazione autorevole “ e non autoritaria.
Mangalia,19 Giugno 2010 Roberto Bellassai
Ci scusiamo con Roberto Bellassai per il ritardo con il quale pubblichiamo questo articolo.
Carmelo Filingeri
Memoria finalizzata alla realizzazione del "museo delle carte antiche"; o, forse, più semplicemente, Museo delle Carte, come mi suggeriva il mio amico prof. Biagio Iacono riallacciandosi naturalmente alle "sudate carte" di G. Leopardi.
E' ovvio che non si parlerà della carta come processo artigianale di produzione ma come pura testimonianza storica, intesa quindi come supporto e veicolo di messaggi, o di qualsivoglia informazione, sia essa la più minima, e più in generale, del sapere, consci che dietro al più piccolo pezzetto di carta scritta, annotata, c'è sempre intrisa una necessità umana, che si esprime con connotazioni estetiche, cioè: contenuto, forma, relazione con la contemporaneità del tempo in cui venne prodotta, o gusto; in sintesi: in termini di Bellezza!
Per transitare in questo mondo fantastico è bene leggere subito il brano che segue, facendo lo sforzo di una piccola trasposizione: dall'antesignano papiro alla carta. Il brano, tra l'altro, ci informa anche come il sentimento verso ciò che conserva e tramanda lo scibile è stato sempre oggetto di attenzione,viva e profonda, sin dal mondo antico!
Tratto da: Poliorama Pittoresco, 28 settembre 1844, pag.61.
"...Molti opinano che questo sia in Europa il solo papiro che vegeti rigoglioso e spontaneo. Quali e quante idee mi destò la contemplazione di esso, che fornì il mezzo di tramandare ai posteri la greca e la romana sapienza, l'estro sublime dei poeti , le profonde meditazioni de' filosofi, le vibranti aringhe degli oratori, le narrazioni de'fatti e delle geste degli eroi e delle nazioni, la storia della natura! Tal pianta ci ha serbato i pensieri, le parole, le opinioni ed i secreti dei trapassati, ed ha opposto una insormontabile barriera all'impero del tempo, che le memorie e le opere dei mortali cancella e disperde. Essa ha richiamato in vita buona parte de'geni dell'antichità, ci ha illuminato con le loro dottrine ci ha fatto vivere con essi.
Devi anche tu al papiro, o Siracusa, la vetusta gloria che ti circonda, la storia delle tue belliche imprese e dei tuoi monumenti; e se il tempo ha potuto rovesciarti al suolo e sperderne anche le reliquie ,avvegnacchè sembrassero fatte per l'eternità, pure il midollo di tal fragile pianta ne ha conservato indelebile memoria di tua passata grandezza, e chiama dagli angoli più remoti della terra a mille a mille gli ammiratori della veneranda antichità a vagheggiarti, a spargere una lagrima ed un sospiro sul tuo classico suolo, rimembrando con dolore quel che fosti un giorno!
Vincenzo Amarelli- "
Il Museo delle Carte consiste nell'esporre al pubblico memorie di ogni sapere, riportate su carta e recuperate essenzialmente nel territorio della nostra città. Sia che in esso furono concepite dalla cultura del luogo; o che vi giunsero per svariatissime motivazioni ed interessi, e che nell'insieme ne testimoniano il vissuto culturale, antropologico, sociale ecc. Per fare degli esempi: alla prima categoria appartiene sicuramente l'editoria locale con l'abbondanza di testate di giornali che in città venivano stampati, soprattutto nella seconda metà dell'ottocento; come anche gli atti ed i testamenti manoscritti del cinquecento fino all'ottocento; o le contabilità agrarie dei feudi, ecc.; alla seconda categoria appartengono i libri che in città venivano comprati: libri d'arte, scientifici e di letteratura; o le riviste di moda e di cultura generale; testi scolastici e cosi via. Tutte memorie che riunite, in un viaggio di poco tempo, hanno la potenza di farci scorrere secoli e secoli della nostra storia!
Non si possono non ricordare qui alcuni grandi tipografi che in città operavano a cominciare dalla tipografia dell'Intendenza con Noto capoluogo di provincia, poi Zammitti, Norcia, Abita, ecc. e che davano lustro alla creatività locale, rappresentata dagli autori: Mariannina Caffa, Ascenzo Mauceri, Pierantonio Tasca musicista, Corrado Avolio Antropologo, e tanti altri.
Il Museo delle Carte si differenzia dalle biblioteche per il fatto che in queste ultime si va con un programma e una bibliografia di ricerca già predisposte, ed il documento si trova conservato nelle scaffalature; mentre nel Museo delle Carte il documento è esposto, aperto: è visibile a tutti nella sua bellezza storica ed anche fisica; e la sua funzione è finalizzata a far emergere, ad eccitare, idee nuove da memorie antiche, e diventare così, non solo sorgente di un programma di studio e di ricerca, ma lievito e generatore di altre fantasie inedite, dunque un motore culturale!
Un altro amorevole sentimento lo si rintraccia nei versi che seguono, che ci riportano in un'altra sfera di lettura del documento cartaceo:
("Figghiu miu,libriceddu rispittusu,
Chi spunti, e nesci a la mala vintura,
Privu d'un vistiteddu fattu all'usu ;
Cù sà, stasira unni ti scura..." Figlio mio, libricino rispettoso,(non conforme alle idee consolidate)
Che sorgi, e ti avventuri alla cattiva ventura
Privo di un vestito fatto all'usanza (alla moda)
Chissà stasera dove ti scurirà......"
G. Meli, -A LA GALANTI CONVERSAZIONI-, Palermo 1814)
Un esporsi del documento, che si manifesta principalmente in quella che fu un' idea estetica (vistiteddu) necessaria per comunicare, convincere, ammaliare l'osservatore, per andare nelle sue mani (unni ti scura), il Meli spera, naturalmente, in mani colte che sapranno apprezzarlo principalmente per il messaggio che trasporta.
Per i manoscritti, per esempio, è rilevante il messaggio calligrafico, minutissimo, avvolte; ridondante tal'altra; per la pubblicità: il colore, l'immagine, la grafica ecc. ecc
Non tralasciando in fine i processi realizzativi, intrisi di artigianalità. Tipici esempi sono le coperte dei libri antichi spesso dipinti a mano, o le stesse rilegature.
Per questi motivi dunque, al nostro ipotetico e piccolo pezzetto di carta, gli spetta a pieno titolo l'aggettivo o l'attribuzione di "Bene Culturale", ed il suo riposo, scurire, non può che essere il museo: il
MUSEO DELLE CARTE!
Questo immenso patrimonio culturale di carta è stato da sempre non solo sottovalutato ma, nella stragrande maggioranza dei casi, buttato in discarica! Non c'è misura che possa calcolare lo scempio che è stato perpetrato a Noto in tal senso, sopratutto negli ultimi decenni coincidenti principalmente con le ristrutturazioni post terremoto, in considerazione del fatto che tutte le case ed i palazzi della città avevano una biblioteca privata, amplificata dai documenti cartacei che nel tempo producevano ed accumulavano minuziosamente, essendo gli antichi degli eccellenti conservatori. Famosi sono gli accumuli di storia postale.
Di tutto ciò è rimasto ben poco. E' impellente quindi la necessità di recuperarlo e conservarlo in un museo. Pena la perdita, e quindi lo sgancio, dalle tracce e dalle tradizioni del passato. Non saremmo nessuno! Solo degli smemorati.
Fortunatamente le ultime sensibilità culturali stanno ponendo rimedio a tale grave scempio, tanto che il Codice dei Beni Culturali ha riservato ad essi uno specifico articolo che è il seguente:
Art. 5. Cooperazione delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali in materia di tutela del patrimonio culturale
2. Le funzioni di tutela previste dal presente codice che abbiano ad oggetto manoscritti, autografi, carteggi, documenti, incunaboli, raccolte librarie non appartenenti allo Stato o non sottoposte alla tutela statale, nonché libri, stampe e incisioni non appartenenti allo Stato, sono esercitate dalle regioni.
Il Museo delle Carte ha già un bacino di utenze naturali che è rappresentato dalle scolaresche che numerose, soprattutto in primavera, giungono per visitare la città.

Pietro Giannone
Il 9 Aprile c.a., nella Sala Gagliardi di Palazzo Trigona del Comune di Noto, la Fidapa ha organizzato la presentazione del libro dal titolo: Dirigibile Italia - Impressioni – Bozzetti di vita – Avvenimenti a bordo descritti nel 1928 da un Giornalista siciliano: Ugo Lago, scritto dal nipote di Ugo Lago, Dott. Lorenzo Malfa, per la Collana Scrittori Contemporanei, Gaetano Russo Editore,La Spezia.
L’Autore,ha iniziato proiettandoci una serie di foto riguardante l’inaugurazione dello “Spitsbergen Airship Museum“, avvenuta il 15 Novembre 2008, alle Isole Svalbard, Polo Nord, (nell’ottantesimo anniversario della tragedia), dove sono in visione i resti della spedizione Nobile.
Poi, ha commentato altre foto, tra cui quella di Gabriele D’Annunzio con dedica a Ugo Lago, lettere di Sem Benelli, di Trilussa, spedite a Noto alla famiglia Lago, delle testate di quotidiani del periodo catanese, a cui collaborava, come ad esempio, “Giornale dell’Isola“ e “Corriere di Catania“, “Il Piccolo”e il settimanale “Epoca”, in quest’ultima rivista scrisse le famose “interviste a vapore“, fatte ad artisti, poeti, letterati, scienziati, uomini di Stato che vivevano o passavano da Roma, dai Caffè letterari, come il Caffè Greco dove negli anni venti – trenta era il luogo obbligato dell’avanguardia artistica, politica e culturale del tempo dove Ugo Lago strinse rapporti e amicizie con Ettore Petrolini, Trilussa, Sem Benelli, Gabriele D’Annunzio...
A Milano è redattore de Il Popolo d’Italia, il quotidiano del regime fascista diretto da Arnaldo Mussolini, poi, inviato speciale in Francia, Norvegia, Albania, Spagna da dove invia i suoi servizi.
Nel 1928, sempre per Il Popolo d’Italia, è l’inviato speciale, insieme a Cesco Tomaselli de Il Corriere della Sera, dell’impresa polare del Dirigibile Italia, con a capo della spedizione il Generale Umberto Nobile, a esplorare per fini scientifici il Polo Nord, da dove inviò i suoi articoli colti, eleganti e ironici, descrivendo le fasi del volo, i momenti di socializzazione e gli aspetti psicologici di ogni componente dell’equipaggio, a Il Popolo d’Italia, a Il Secolo XIX.
Il 25 Maggio 1928,durante il rientro di una esplorazione il Dirigibile Italia perse quota e sbattè sui ghiacci, per poi rompersi in due pezzi, cadendo una metà sulla banchisa con una parte dell’equipaggio, mentre l’altra metà del Dirigibile volò via portandosi con se Ugo Lago,e altri cinque uomini che parteciparono alla missione.
Di Ugo Lago e degli altri cinque uomini dell’equipaggio da quel giorno, nonostante le infinite ricerche, non si seppe più nulla!
Si pensa che “dormano“ come ibernati ancora oggi, tra i ghiacci del Polo Nord.
Il libro scritto da Lorenzo Malfa, oltre ad articoli, lettere scritte da Ugo Lago di testimonianze su di lui, è corredato di molte foto, alcune inedite, come ad esempio quella di un invito di un circolo culturale romano, la casa d’Arte Bragaglia, dove per le celebrazioni Dantesche, Ugo Lago, interpetra Dante alla maniera Futurista. L’invito porta la data del 21 Aprile 1921.
Si potrebbe dire secondo lo scrivente, che ora è tempo di occuparsi di Ugo Lago, ricercando nel suo aspetto fondamentale, sondando le sue radici, le sue basi culturali espressive e dinamiche della cultura classica, ma soprattutto quelle dell’Avanguardia Futurista che incarna in tutti i suoi aspetti.
Ugo Lago è un personaggio poliedrico che si occupa di giornalismo colto, di teatro, di letteratura, un personaggio che parte da un paese di provincia come Noto e che si proietta nelle capitali artistiche e culturali del tempo, come Roma e Milano, legate ai circuiti Mondiali dell’arte e della cultura, attraverso la sua visione Futurista sia dell’Arte,che della vita.
Infatti,Ugo Lago è un ribelle, un enfant terrible, che coniuga arte e azione, arte- azione- vita come “un tutt’uno inscindibile”, come i poeti maledetti alla Rimbaud, o le azioni artistiche- provocatrici delle “Serate Futuriste“ di Filippo Tommaso Marinetti.
L’invito del circolo culturale della Casa Bragaglia, per le celebrazioni Dantesche alla maniera Futurista, ne è un esempio e una prova concreta.
E’ un singolare Futurista, che ama soprattutto l’“azione“ pubblica, carica di ironia, fatta di provocazione, di sberleffi, di rottura, di rifiuto della tradizione e delle forme convenzionali del pensare e del vivere, ama l’audacia, l’amore per il pericolo, infatti, sfida se stesso, e si disfa sotto certi aspetti del proprio concetto di soggetto, cercando e praticando l’ ”eccesso dell’uomo“, come principio etico.
Il viaggio al Polo Nord, al di là del suo significato statico, ha altre chiavi di lettura che vanno ricercate e trovate nell’ interpretazione dei significati dinamici e dei significanti.
Il suo spirito libero, il suo estro eclettico, la sua dimensione di soggetto dinamico che gli conferiva una particolare capacità di sintesi, lo portava a contemplare, “uno stato fuori dalla coscienza, dall’essere, che non ha più né parole né lettere, ma in cui si entra con le grida e i colpi“… per dirla con Artaud.
L’undici Aprile 1928, nella lettera ai genitori, scrive: … “io tornerò certamente da questo viaggio polare. Se mai non tornassi e se avete, come avete, fede in Dio e nell’immortalità dell’anima pensate che il più grande dolore che possiate dare al mio spirito, in cielo, è quello di vedervi disperati. Il vostro dolore tranquillo deve rassegnarsi se volete sapere la mia anima felice“ …
Ecco,bisogna occuparsi di questa dimensione di Ugo Lago, della dimensione Futurista, di questa dimensione fuori da ogni schema o modello sociale culturale e spirituale, in cui l’azione e il linguaggio “fondano l’esistenza“ .
Ugo Lago, nato a Noto il 1 Gennaio 1899, disperso al Polo Nord il 25 Maggio 1928, è ancora tutto da scoprire, si potrebbe dire che lo stare ancora oggi tra i ghiacci, insieme ai suoi compagni, appartiene a un linguaggio a cui non sappiamo dare delle risposte con la coscienza ordinaria.
Ma tutto ciò parla, ci parla la sua parte che conosciamo e quella a noi sconosciuta, la sua “coscienza ” e il suo inconscio.
Sia la sua “coscienza “ che il suo inconscio, lavorano dentro le persone che hanno particolare sensibilità, nei confronti di uomini come Lago, che passando dal pianeta terra, ha lasciato delle tracce evidenti e ancora significative, che sembrano parlare a un’altra parte di noi, a una coscienza latente che è in noi,che potenzialmente è in ognuno.
Ugo Lago: Una vita immanente?
Una cosa è certa, che facendo l’eccezione per alcuni studiosi locali, come ad esempio Gaetano Passarello, Emanuele Umberto Muscova, Francesco Balsamo, per la rivista Netum, La Gazzetta di Noto del Prof. Biagio Iacono, per il Dott. Vincenzo Arancio che ha eseguito un busto in gesso che raffigura Ugo Lago ma che rimane chiuso nel suo studio, per il sito Internet Notolibera, e ora per il nipote di Ugo Lago, Dott. Lorenzo Malfa, la “coscienza “ e l’inconscio di Ugo Lago, a più di ottant’anni dalla sua scomparsa, non sono riusciti a sollecitare la sensibilità dei rappresentanti delle Istituzioni pubbliche che si sono succedute nel tempo al Comune di Noto, alla Provincia Regionale di Siracusa né all’intera Città di Noto.
In questi ottant’anni e più dalla sua scomparsa gli è stata dedicata solo una strada che lo ricorda!
1. Si potrebbe come ho provato a dire nel mio intervento dopo la presentazione del libro, di dare delle Borse di Studio a dei Giovani Ricercatori per fare le ricerche dei suoi Scritti e pubblicarli per contribuire a fare luce su altri aspetti di Ugo Lago, per farlo meglio conoscere e apprezzare.
2. Cercare attraverso l’Università di Noto – Messina e di Catania di fare assegnare delle Tesi di Laurea agli Studenti, sulla vita l’opera, il pensiero, l’ “azione Futurista“, di Ugo Lago.
3. Istituire a Noto, un Premio giornalistico che abbia un taglio almeno nazionale,a lui intitolato.
Noto è una Città d’Arte in cui bisogna iniziare a realizzare quel turismo culturale qualificato,di cui abbiamo la materia prima, che sono i soggetti, i soggetti come Ugo Lago, come Corrado Sofia che aspettano solo di essere risvegliati alla coscienza ordinaria della Città e dei Cittadini.
Roberto Bellassai
E’ stato donato un volume di scritti di Roberto Bellassai, e del suo Comitato per i Diritti del Cittadino, alla Biblioteca Comunale di Noto, un volume di 300 pagine dal titolo: Interventi e Riflessioni, con una introduzione di Corrado Salemi, che raccoglie lettere, petizioni, comunicati stampa, articoli sulla letteratura, sul teatro, ecc che vanno dal 1989 al 2010.
“Quand’è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino delle merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? Quando, quando?”
C.E. Gadda, Giornale di guerra e prigionia,1916
“Quando , quando?” Saremo riconosciuti come cittadini?
Avere tra le mani questo corposo volume di “interventi e riflessioni”, una miscellanea di articoli, petizioni, comunicati , che coprono un arco di tempo che va dal 1989 al 2010, è come osservare con una lente di ingrandimento il rapporto tra il cittadino e l’Istituzione nella società contemporanea. Bellassai non si lascia sfuggire niente. I suoi interventi e le sue riflessioni, le sue denunce spaziano dall’isola pedonale alla biblioteca comunale, dal traffico cittadino al rispetto delle regole, dalle riflessioni su uno spettacolo teatrale a quelle sugli interventi di restauro.
Non necessariamente si deve essere d’accordo con le cose scritte da Bellassai. Anzi, per amore di verità, su alcune opinioni sono in profondo disaccordo con l’autore. Ma, non è questo il problema. D’accordo o no, Bellassai costringe alla riflessione, a prendere posizione. Ci piaccia o no, con il cittadino Bellassai bisogna farci i conti.
Questa raccolta è la testimonianza dell’ impegno civile di Bellassai, ma è anche un’idea di cittadinanza che si vuole trasmettere. In tutti questi lunghi anni l’autore di questa miscellanea si è impegnato nello sforzo di costruire un sé civico, cioè un’immagine di sé stesso come entità rispettata, accettata, credibile, stimabile, riconosciuta. E’ l’esempio di cittadino che non si è ancora stancato di lottare per farsi riconoscere come tale dagli altri, dalla collettività invisibile, dai gruppi che governano. Tutto questo muovendosi all’interno di una sfera pubblica (amministrazioni, servizi, ecc..) priva del concetto stesso di cittadinanza. La stessa sfera pubblica che ricorda a ognuno di noi , di continuo, che non siamo nessuno, che siamo nullità civiche. Bellassai è il prototipo del cittadino che si ostina a richiedere il rispetto delle regole in un contesto dove “l’unica regola condivisa è non rispettare le regole”.
Scontiamo tutti il retaggio di una società intrisa di marxismo e cattolicesimo. Per il primo, il male che il singolo può fare nella sua vita non va attribuito a lui ma alla società, con le sofferenze, le ingiustizie, lo sfruttamento e i soprusi che comporta. Per il secondo è un maligno sviamento dell’anima, che si stacca dal gregge e cade (o viene indotta) in tentazione. La conclusione è che l’essere umano vada assistito e protetto, giustificato e perdonato. In poche parole l’uno e l’altro finiscono per dissolvere il principio di responsabilità personale. Il risultato è che quando gli esseri umani commettono illegalità, delitti, infrazioni , la colpa non è mai loro. Hanno sbagliato ma non sono colpevoli. Queste due anime (la marxista e la cattolica)hanno creato le basi del perdonismo. Quell’atteggiamento di chi giustifica, benedice e punta a riscattare tutte le forme di offesa o di danno che la società patisce per mano di qualcuno: dal traffico che ignora il codice della strada, allo scippatore che viene lasciato libero il giorno stesso della cattura, dal disturbo della quiete pubblica al non rispetto delle regole di comportamento. Gaetano Salvemini vedeva in questo intreccio tra marxismo e cattolicesimo il perdurante retaggio di una cultura clericale. “Il clericale” scriveva “non arriverà mai a capire la distinzione tra peccato (….) e delitto (..). Punisce il peccato come se fosse il delitto, e perdona il delitto come se fosse il peccato. Non è mai uscito dall’atmosfera dei dieci comandamenti, nei quali il rubare e l’uccidere (delitto) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna d’altri (peccato)”.
Bellassai pur non essendo tenero con la società capitalistica non sottovaluta però la responsabilità del singolo. Ecco allora che la riflessione si allarga al pensiero di Gurdieff o di Osho , mettendo al centro quella rivoluzione interiore che sola potrà avere riflessi nella società.
C’è in Bellassai la consapevolezza di muoversi in una società sfrontatamente hobbesiana, con forti tratti di volgarità e di aggressività. Una società in cui il senso civico è stato azzerato. Siamo un paese moderno in cui i grandi sistemi di servizio (privati o pubblici che siano) , tranne pochissime eccezioni, hanno la caratteristica di non funzionare. Sanità, trasporti, scuole, poste, amministrazioni comunali : non c’è una sola di queste strutture che funzioni davvero. Tutto questo non sfugge all’attenzione e alla denuncia di Bellassai e del suo Comitato per la difesa del cittadino. Infatti, siamo anche il paese della solitudine del cittadino, che non si sente protetto né tutelato da nessuno. Chi dovrebbe proteggerlo lo angaria, chi dovrebbe riconoscerlo lo ignora. Questo è lo stato dei fatti.
Ed ecco, allora,le quasi quotidiane lettere ai giornali. Si segnala ai giornali quel che è del tutto inutile segnalare a “chi di dovere”. Quasi tutte le lettere pubblicate esprimono infatti l’ira, la furia, l’incredulità del cittadino Bellassai dinanzi alle disfunzioni, alle vessazioni provenienti dalla sfera pubblica e alla mancanza di ogni intervento risolutivo. E allora un parlare o uno scrivere al vento? Non credo. Diceva E. Rossi “fai quel che devi, accada quel che può”. E’ quello che vale anche per il cittadino Bellassai.
Corrado Salemi
Organizzata dagli Amici della Fondazione Teatro,nella Sala Conferenze dell’ex Convitto Ragusa di Noto,giorno 6 Febbraio scorso,è stato presentato il romanzo dal titolo: Celeste Aida,e dal sottotitolo: Una storia siciliana,di Marinella Fiume,nella Collana Altera,della Rubbettino Editore.
La presentazione è stata preceduta dalla lettura di alcuni brani del romanzo,letti dall’attrice Pamela Toscano,che accompagnata da un sottofondo di musica etnica e lirica,si è sintonizzata con molta naturalezza nella dimensione in cui il testo,la parola,il corpo,la voce, i suoni,divenivano un’unica cosa,pervenendo con molta sufficienza e una libertà d’espressione a trasmettere al pubblico presente,delle sensazioni e delle atmosfere adeguate al pathos che i brani del romanzo con la sua storia drammatica e le sue dinamiche richiedevano. L’Avv. Maria Suma, presentando il romanzo della Fiume,un romanzo che si basa e nasce da un fatto di cronaca,divenuta storia popolare, “ cuntu “ narrato nel passato nelle Piazze dei paesini e delle Città siciliane,dal Cantastorie Orazio Strano. Una storia drammatica accaduta in un villaggio,a Botteghelle,vicino Fiumefreddo di Sicilia,in provincia di Catania,nel 1933.
La Suma,ha fatto un quadro psicologico dei vari personaggi che danno vita al romanzo,sottolineando la povertà culturale della famiglia contadina di Aida,e della conseguente mentalità ristretta e autoritaria dei vari soggetti che circondavano e ruotavano attorno alla sensibile,sveglia,attenta e perspicace Aida Messina,una bambina di cinque anni,che viveva con la madre,i fratellini,la sorellina,la nonna,e lo zio Giovannino,che per Aida,rappresenta tutti quegli aspetti parentali maschili,consci e inconsci,in sostituzione del padre emigrato in America,per lavoro.
Nel romanzo si narra di un giovane ventenne,commerciante di vini,che ha una relazione amorosa con la suocera molto giovane,una suocera di trentasette anni. Giovannino,è il nome del giovane,che dopo avere sposato la figlia di Giuseppina,Pinuccia,la lascia a Giarre,nel paese con i suoceri, mentre lui si stabilisce e vive con la suocera Giuseppina,e i suoi cognatini. E’ la sensibile e attenta Aida,che s’accorge della relazione tra i due,e Giovannino,per paura che possa rivelarlo all’amato padre sconosciuto di nome Alfio,che vive in America,la uccide seppellendola viva dentro un fosso da lui scavato vicino al suo negozio di vini.
Nella relazione tra Giovannino Scandurra e Giuseppina Ucciardello,oltre alla normale soddisfazione dei sensi,è chiaro e evidente il rapporto edipico che maggiormente lega i due amanti,rapporto edipico,che si rovescia solo affettuosamente tra Giovannino e la cognatina Aida,in cui Aida ,cercava tutte quelle attenzioni e affettuosità sane,normali e dovuti che richiede la sensibilità di una bambina di cinque anni,affettuosità che non vengono corrisposte dal cognato,perché costui è sempre con l’attenzione centrata alla relazione con Giuseppina,al gioco delle carte,al vino,e alle donne in generale.
Dopo varie ricerche i Carabinieri,scoprono l’omicida in Giovannino,a cui viene fatto un processo e di conseguenza condannato a morte mediante fucilazione,mentre Giuseppina,viene assolta per insufficienza di prove sia per il delitto della figlia Aida,che per l’adulterio e il procurato aborto.
La Psicoterapeuta Maria Alecci,è intervenuta sgambettando la tragedia e il suo significato statico,leggendo e interpretando i significanti che si colgono via via nel romanzo, tra cui “ i segreti di famiglia “,di cui sono portatori inconsapevoli,sia Aida,la vittima,che Giovannino,il carnefice. Aida,oltre a non avere conosciuto il padre molto amato e spesso sognato da parte sua,si porta dentro di se,quella fiducia tradita da parte della madre e di Giovannino,mentre Giovannino,che non è a conoscenza che sua madre Giuseppa Zappalà,da giovane fu violentata in una campagna da un bruto pastore,da cui lui nacque,frutto quindi di una violenza che si porta dentro con se,trasmessogli dalla madre.
Si potrebbe dire,aggiungo io,ma se Aida e Giovannino,al di là della tragedia,sono dei portatori inconsapevoli delle violenze subite,quindi di una violenza che poi sfocia in tragedia,non è forse da ricercare anche e soprattutto nel contesto politico e culturale del tempo? Nella politica culturale,nella morale del sistema politico,morale,religioso? Dal regime dittatoriale fascista,con le sue leggi,come il Codice Rocco,e le sue leggi morali sanciti dal Concordato tra lo Stato fascista,rappresentato da Mussolini,e lo Stato Vaticano,i cui valori cardini erano: Dio,Patria,Famiglia,con la conseguente divisione dei ruoli tra uomo e donna,in cui la donna era subordinata all’uomo,al marito,e l’adulterio e l’aborto venivano puniti severamente con l’arresto. In quella separazione della morale,in morale pubblica di facciata,e in morale privata,che poi vuol dire,morale sessuale repressa nel caso in questione,che viene vissuta solo nella clandestinità,nel privato del privato,che diviene una “morale mafiosa “ del privato,che produce altre separazioni e altre doppiezze,come ad esempio,quelle tra corpo e spirito,tra corpo e mente,tra spiritualità e sessualità,insomma quel privato del privato sommerso, che diviene “ morale mafiosa “, di cui purtroppo le “ mafie sociali “ e le “ mafie religiose “ , hanno bisogno per continuare ad alimentare il proprio potere,quindi le proprie logiche economiche e politiche che si basano sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Noto,17 Febbraio 2010
Roberto Bellassai
Invio link del mio articolo pubblicato sul giornale online "Città della Spezia" riguardante la presentazione del libro di Lorenzo Malfa (che mi ha invitato a contattarvi) su Ugo Lago, svoltasi lo scorso 8 gennaio.
Questo libro sarà presentato anche a Noto nei prossimi mesi.
Mirco Giorgi
La Spezia. Al Circolo Ufficiali della Spezia si è tenuta la presentazione del libro di Lorenzo Malfa "Dirigibile Italia - impressioni, bozzetti di vita, avvenimenti a bordo descritti nel 1928 da un giornalista siciliano: Ugo Lago" (Gaetano Russo Editore, € 15). Con l'autore sono intervenuti Umberto Nobile, omonimo nipote del generale che comandò la sfortunata spedizione al Polo Nord, e Stefano Poli, cofondatore dello Spitsbergen Airship Museum di Longyearbyen, minuscolo capoluogo delle Isole Svalbard, storica base di partenza delle spedizioni polari dell'epoca. Grandi quanto Sicilia e Sardegna messe assieme, ma abitate da meno di 3000 abitanti, le Svalbard sono situate a metà strada tra il Polo Nord e la Norvegia, nazione che le amministra mantenendone lo status di territorio internazionale a seguito del trattato di Sèvres del 1925.
Lorenzo Malfa, originario di Noto, spezzino d'adozione da moltissimi anni, è un ammiraglio di Marina in congedo che vive la sua terza età con molta più creatività di tanti presunti giovani. Ottimo allievo del laboratorio teatrale di Riccardo Monopoli, con questo libro ha coronato lunghe ricerche sullo zio materno Ugo Lago, scomparso a soli 30 anni nel disastro del dirigibile Italia avvenuto il 25 maggio 1928, in cui morirono 8 tra i 16 uomini di equipaggio e molti altri soccorritori, tra cui l'amico-rivale Amudsen. Il destino fu particolarmente crudele con Lago e altri cinque compagni, che al momento dell'impatto col pack si trovavano nell'involucro del dirigibile. Questo si staccò dalla cabina di comando, riprese il volo come un pallone impazzito in balìa dei venti e finì nell'ignoto. I sei non furono mai ritrovati nonostante il massiccio spiegamento di soccorsi giunti da tutto il mondo.
Giornalista del "Popolo d'Italia", quotidiano di proprietà della famiglia Mussolini, e corrispondente per molte altre testate tra cui "Il Secolo XIX", Ugo Lago era un uomo di grande cultura e talento, perfettamente inserito nel suo tempo, amico tra gli altri di Trilussa, Petrolini, D'Annunzio, Sem Benelli. Partecipò come inviato alla spedizione del dirigibile Italia verso il Polo Nord e può dirsi con certezza che fu il primo giornalista in assoluto a volare sul Polo. Fu scelto per tale missione personalmente da Arnaldo Mussolini, fratello del duce e direttore del giornale di famiglia. Va detto che tale scelta fu dettata non tanto dalla sua adesione al regime quanto dalla sua grande capacità di operare in contesti "estremi". Oggi sarebbe definito un cronista d'assalto, non certo come chi ci racconta le guerre da comodi hotel a cinque stelle! Assieme al collega Tomaselli, del Corriere della Sera, egli condivideva in tutto e per tutto la dura vita di chi volava per i cieli a bordo di un dirigibile grande come un campo di calcio, con la scarna tecnologia dell'epoca, per quanto d'avanguardia. Il destino divise i due cronisti in modo singolare, a testa o croce: alla vigilia della seconda tappa del viaggio Nobile decise di sfoltire i ranghi per non appesantire troppo la struttura. Tomaselli e Lago si giocarono l'unico posto a bordo come due capitani prima di una partita. Vinse Lago, ma il comandante impose Tomaselli, in quanto aveva già partecipato alla spedizione del Norge del 1926 assieme ad Amudsen. Lago fu poi inserito nella terza tappa fatale che costò la vita a lui e la salvò al collega.
Di questo ed altro parla il libro, tra cenni biografici, toccanti ricordi familiari dell'autore che rivivono nella forma di pièces teatrali, ampi stralci degli ultimi articoli scritti dal Polo e una ricca documentazione fotografica, che comprende anche la radio di fortuna che utilizzò il marconista Biagi e che venne captata ad Arcangelo (Russia), attualmente custodita al Museo Navale della Spezia Il libro si chiude con l'ultima lettera che l'inviato scrisse ai genitori un mese prima della partenza: col senno del poi un presagio sinistro, ma anche un'autentica lezione di vita e di coraggio. Una lezione sempre attuale, perchè gli uomini di valore restano tali a prescindere dal tempo in cui vivono e da ciò in cui credono.
Stefano Poli ha raccontato la sua particolarissima storia personale. Giunto alle Svalbard ancora studente, si è innamorato di quei luoghi al punto da viverci da quasi vent'anni, integrandosi perfettamente con la comunità locale. Attualmente svolge la professione di tour-operator in un luogo che viene visitato da 50.000 turisti all'anno, tra cui molti crocieristi italiani. Dove si vive quattro mesi al buio e quattro alla luce, dove la benzina serve alle motoslitte, dove ci si muove con i cani groenlandesi e con tanti orsi a farti compagnia, ma con servizi pubblici di prim'ordine garantiti dallo stato norvegese. Tutto questo ci dovrebbe far riflettere: viviamo in uno dei posti più benigni del mondo e non sappiamo fare altro che ricoprirlo di cemento!
A testimonianza di come noi italiani siamo ormai privi di memoria storica, Poli non conosceva il dirigibile Italia, nè di essere nel posto da cui partivano tutte le spedizioni polari dell'epoca, compresa la nostra. Conobbe per prima la campana norvegese, ancora venata di astio nei confronti della nostra spedizione, accusata di aver causato anche la morte del loro eroe nazionale Ralf Amudsen, perito in un incidente aereo durante le ricerche internazionali che consentirono il salvataggio di 8 uomini tra cui il comandante Nobile. Mentre da noi il tempo ha cancellato, assieme alla memoria, anche le polemiche violentissime dell'epoca, la televisione norvegese ha spesso imposto una sorta di censura nei confronti di Nobile, evitando accuratamente di menzionarlo nelle sue rievocazioni. Fu proprio questo atteggiamento a spingere Poli a ricerche, anche in Italia, e a coinvolgere i familiari dei componenti della spedizione, rintracciati con molta pazienza.
Da qui l'idea di fondare il museo (per informazioni: http://www.spitsbergenairshipmuseum.com/italian/index_italian.htm) assieme al norvegese Ingunn Loyning. Inaugurato nel novembre 2008, a dispetto delle promesse delle autorità esso è sorto con fondi esclusivamente privati: tutto il mondo è paese! Poli ha tenuto a sottolineare che il museo è nato non per l'Italia o per il dirigibile Italia, in una sorta di ghetto tricolore, ma per tutti coloro che hanno partecipato alle spedizioni polari, senza distinzione di nazionalità, che rappresentasse anche le persone comuni di cui non si era mai sentito parlare. Per questo è stato chiesto ai discendenti se volevano scrivere un testo per il museo, una sorta di memoriale al quale anche Malfa ha contribuito.
In chiusura, il nipote del generale Nobile, parlando dell'equipaggio comandato da suo nonno, ha detto che "solo persone eccezionali possono fare cose del genere". Un sincero omaggio a uomini valorosi e sfortunati.
09/01/2010 11:00:00 Mirco Giorgi
Per “Esplora, Palcoscenico Contemporaneo”, il 14 Gennaio c.a., al Teatro Comunale di Noto è stato rappresento il lavoro teatrale dal titolo: Suttascupa di Giuseppe Massa, con una Regia di gruppo che comprende lo stesso Giuseppe Massa, Giuseppe Provinzano, Fabrizio Ferracane prodotto dal Teatro Garibaldi di Palermo alla Kalsa – “Unioni Teatri d’Europa - Associazione Sutta Scupa”.
Suttascupa narra la storia di due giovani lavoratori precari, in stato di disoccupazione, due lavoratori precari che si potrebbero definire dei “sottoproletari“ in rapporto ad un sistema sociale e politico in cui prevale un Liberismo senza regole, un Liberismo selvaggio, di conseguenza un Mercato del lavoro globalizzato dove viene affermato il primato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Giovanni e Vito sono i nomi dei due personaggi che in una anticamera di un Ufficio pubblico aspettano di essere chiamati per lavorare, un Ufficio dove una voce, - la voce fuori campo di Elena Amato - con un linguaggio impersonale, asettico, burocratico dai toni moralistici gli comunica a più riprese continui promemoria, avvertimenti, principi moralistici, doveri di vario tipo ecc, tutt’altro quindi dalle loro aspettative legittime di lavoro in un’atmosfera che fa subito pensare allo scenario Orwelliano, in cui uno Stato totalitario controlla ogni individuo sotto ogni aspetto facendolo divenire un numero e non trattandolo come un essere umano, nè come soggetto.
Giovanni e Vito nella loro lunga attesa si raccontano fatti e ricordi della loro vita passata, parlano di sogni, di aspettative e delle loro esigenze quotidiane aspettando in tutta la loro attesa fanno pensare a volte a dei personaggi di S.Beckett,come ad esempio,Vladimiro e Estragone di Aspettando Godot.
Aspettano e nell’attesa giocano al calcio, giocano a scopa con le carte siciliane oppure, per esempio, Vito prova a parlare fino alla disperazione con la propria madre morta, invece Giovanni si inventa una rapina in una Banca coinvolgendo Vito.
Suttascupa significa anche sotto pressione, significa incertezze, mancanza di futuro, difficoltà di vivere praticamente e dignitosamente nel quotidiano.
I loro dialoghi sono in dialetto palermitano, una lingua familiare che può definirsi un contro linguaggio molto emotivo e coinvolgente nello stesso tempo, in cui al di là delle parole, si fanno avanti i gesti fisici, i gesti corporei, viene avanti il linguaggio del corpo, quella parte incodificabile di ognuno che secondo Pasolini, ancora ad oggi si potrebbe dire, il Capitalismo vecchio e nuovo non è riuscito a manipolare e colonizzare.
Un Teatro di denuncia sociale, un teatro politico quello di Suttascupa, anche se i due attori non esprimono nessuna idea politica con le parole, la esprimono molto bene con il loro corpo, con le loro “ posture“, brechtianamente rivolti faccia a faccia con gli spettatori presenti per tutta la durata dello spettacolo.
Una considerazione doverosa: Da quando al Teatro Comunale di Noto si è insediato il nuovo Direttore Artistico, Corrado Russo, si potrebbe dire che si è usciti dal “caos” gestionale che regnava sovrano, quindi da quel cartellone di stagione teatrale generico, un doppione dei teatri vicini, per un programma di spessore culturale, rispettoso nei contenuti della pluralità culturale, per entrare nella dovuta “forma”, in cui si è adesso.
Del resto avevamo già visto e scritto di Corrado Russo,che conosce e respira il teatro,già dal tempo di “Mobilità delle Arti”.
Roberto Bellassai
Comitato per i Diritti del Cittadino
Un ritorno a casa, riflessioni sulla pittura digitale di CELESTE.
Riccardo Saldarelli - www. atelierceleste.it
Da più parti, in occasione della nuova mostra di CELESTE a Noto, quella recentemente conclusasi nel ristorante AMBROSIA, mi viene chiesto di scrivere qualcosa, lo faccio qui per NOTOLIBERA
Sull’arte digitale di CELESTE sulla quale ho già ampiamente scritto e che necessiterebbe di più ampio spazio per essere trattata compiutamente, rimando intanto il lettore, per approfondimenti “interattivi”, al sito ufficiale www.atelierceleste.it, al servizio realizzato da NBTV, il 2 ottobre per l’inaugurazione della mostra (servizio che si può rivedere on demand sul web all’indirizzo www.nbtv.it) ma anche, prossimamente, sulla rubrica web per l’arte “CHICCHE E PRETESTI”, appendice interattiva della rivista fiorentina Eco d’arte moderna, www.bottega2000.it/eco/chiccheepretesti.
Non per andare fuori tema ma per parlare con semplicità dell’arte di CELESTE, Giuseppina Maria Celeste, nel limitato spazio a disposizione, prenderò spunto da alcune espressioni tratte dalla prefazione al bel libro fotografico, e non solo, di Corrado Azzaro “ECCO NOTO”.
Ecco, dunque, gli spunti che Paola e Corrado Azzaro, nella loro prefazione mi suggeriscono: mi piace paragonare, se possibile, i loro sentimenti e sensazioni a quelli provati da Giusi quando ha deciso di raccontare, a modo suo, con la libertà che l’arte le conferisce, la sua città. Sono parole che ho voluto prendere in prestito perché si addicono all’arte ed alla sicilianità che traspare in questa artista quando si sofferma su uno dei suoi temi preferiti, Noto.
Noto che risorge dopo il terribile scempio del terremoto mettendo in campo “fantasia, immaginazione e singolarità” allorquando “scalpellini, mastri artigiani, architetti si adoperarono per ricostruire secondo nuovi criteri ed insolite regole di tecnica, tali da rappresentare un avan¬zamento estetico "SOVVERSIVO "e" PROVOCATORIO". E “insolite regole di tecnica” di rappresentazione artistica sono proprio quelle di Celeste, che possono parimenti considerarsi un “avan¬zamento estetico SOVVERSIVO e PROVOCATORIO", nel panorama caotico e globalizzante dell’arte contemporanea, vero e proprio terremoto dopo le tranquillizzanti fasi dell’arte fino al secolo scorso. Sono forme e “colori di Sicilia” quelli colti da CELESTE attraverso laboriose ricognizioni con la sua camera digitale e poi sapientemente trasformati in immagini. Così, attraverso le sofisticate tavolozze e strumenti digitali a sua disposizione, l’artista riesce a rendere in modo intrigante ed efficace i suoi progetti creativi. Sono tutte suggestioni trasmesse partendo dall’oggettiva visione di scorci di Noto, ed altre location dell’incomparabile territorio di questo estremo lembo sud d’Europa. I milioni di colori teoricamente disponibili, oltre ad ogni umana capacità percettiva, spingono l’osservatore ad approfondire le tematiche suggerite dalle immagini abilmente costruite da CELESTE, al di là del reale, e ciò grazie alla “virtualità” che le tecnologie digitali suggeriscono. Celeste ci fa vedere quei colori di Sicilia che possono sfuggire, perchè le tavolozze tradizionali per rendere le meraviglie di questa terra non bastano mai, e dico meraviglie della natura, dal mare alle campagne, ma anche “meraviglie” suscitate da forme artificiali determinate dagli interventi umani sul territorio non sempre positivi, talvolta distruttivi. Questi temi suggerirebbero, piuttosto, all’artista colori drammatici e scomposizioni delle forme, quasi a “denunciare” gli scempi e le violenze perpetrate su questi mirabili territori da cecità o insipienze amministrative che si aggiungono spesso a scellerati comportamenti individuali, spinti fino all’odiosa calamità dei ricorrenti incendi dolosi. Ma Giuseppina Maria Celeste è comunque calma, per sua natura, calma è la sua tavolozza, calme e quindi gentili le sue composizioni. Rifugge dalla drammatizzazione che sfiora soltanto in alcune composizioni, ma che lascia abilmente intuire. Piuttosto le piace talvolta indugiare su composizioni con figure umane - gli album di famiglia, i ritratti - introducendo anche questi temi nel promettente catalogo della sua ricca ed incessante ricerca artistica, volta al raggiungimento di importati esiti formali ma anche alla possibilità di raccontare storie. Questa seconda mostra personale a Noto, patrocinata dalla fiorentina Accademia Arte Scienza Ambiente ”Renato Saldarelli”, dopo quella del 2007 nello Studio Barnum dell’arch. Vincenzo Medica, e’ un piccolo “esperimento”, in un luogo alternativo, volto a portare l’arte verso la gente. E Giusi, di sicuro, ha fatto del suo meglio cercando di allestire nel modo più efficace possibile una mostra in un luogo non dedicato. Un’esperienza comunque utile per questa giovane artista che da alcuni anni sta dando prova di quello che dovrebbe essere il futuro di questa splendida regione, la Sicilia, dove le forze giovani, generate da questa terra, dovrebbero ritornare!
Bentornata Giusi!
Di tinto (del 03/01/2010 @ 18:54:44, in Cultura, linkato 352 volte)
Parte seconda
IL MARE... VISTO DA LONTANO
La seconda storia della città di Noto, la storia che inizia con la fine di Noto Antica e con la nascita della città barocca, sembra poggiare su un errore macroscopico ed irrimediabile: il MARE.
Nel 1693, gli abitanti della Sicilia sono all’incirca un milione. Il 90 per cento sono contadini e piccoli artigiani, il clero rappresenta il 5 per cento, il rimanente 5 sono i nobili feudatari. In altre parole, se escludiamo la Chiesa, un gruppo di 50000 individui, insieme ai rappresentanti della Corona spagnola, possiede e governa tutta l’isola. La città di Noto poco prima del sisma conta circa 12000 abitanti, 56 chiese, 19 conventi, un territorio vastissimo e una concentrazione eccezionale di famiglie nobiliari. Noto non ha certo l’importanza commerciale o politica di Siracusa o di Catania, ma è comunque, per quei tempi, per la Sicilia, una città popolosa, ricca e potente. Nel 1693, il baricentro del mondo si era già spostato dal Mediterraneo all’Atlantico solcato sempre più dai velieri inglesi e olandesi. Amsterdam è il centro economico e finanziario dell’Europa. Nel contesto dell’economia europea, la Sicilia, come gran parte dell’Italia, è già divenuta marginale. Il declino politico ed economico della Spagna in Europa era ormai certo: da lì a qualche anno, nel 1713, l’egemonia della potenza spagnola tramonterà definitivamente. In Sicilia, gli spagnoli lasciano il ricordo di un malgoverno assai mal sopportato dal popolo, alimentato dagli spagnoli a forza di privilegi feudali e fiscali elargiti ai signorotti dell’aristocrazia locale. Netum, nel 1693, era una città fortezza. Arroccata nell’entroterra siciliano, i suoi scambi commerciali erano tutti interni alla Sicilia e non aveva alcuna esperienza marinaresca. La nuova dinamica economica che aveva preso piede nell’Europa del nord, lo sviluppo del credito, la diffusione delle Borse, l’affermarsi dell’economia mercantile, era in Sicilia semplicemente assente. A differenza delle classi dominanti inglesi, olandesi, tedesche o francesi, l’aristocrazia siciliana era totalmente in balìa della dominazione straniera di turno e non godeva di alcuna libertà di iniziativa economica. Prendere a prestito capitali da un’istituto di credito, acquistare o costruire una flotta per avviare un commercio con la Cina, l’India o le Americhe, cosa che nel nord Europa avveniva ormai quasi quotidianamente, era nella Sicilia dell’epoca semplicemente inconcepibile. Nell’isola, come del resto in tutto il Meridione d’Italia, la borghesia mercantile non si sviluppò mai, la società rimaneva così nelle mani di due sole classi dominanti: la nobiltà feudale e il clero. L’esclusione del Meridione dall’economia di mercato e dal capitalismo che presero piede nell’Europa del nord durante il Seicento, gettando le basi della società moderna, avrà delle ripercussioni sociali irreversibili, delle ripercussioni che noi attuali abitanti del Sud conosciamo bene. Tale esclusione causerà infatti la marginalizzazione e il progressivo isolamento della società meridionale. Quanto al mare, nel 1693, non è certo un luogo di plaisance. Da quasi due secoli il Mar Mediterraneo è teatro di una guerra continua e spossante tra l’impero ottomano e quello spagnolo. Le coste siciliane sono esposte alle razzie, ai saccheggi, alle incursioni e alle scorrerie di turchi, pirati e corsari. A partire dal mese di maggio, regolarmente, flotte intere di galere di guerra battono e razziano le coste siciliane. Questo è il contesto in cui si trovano gli abitanti di Noto nel 1693.
Se Netum devastata dal terremoto avesse voluto darsi un avvenire diverso da quello poi conosciuto dalla città costruita sul Colle Meti, il mare sarebbe stata ovviamente la scelta più ovvia. Il progetto di una ricostruzione sul mare era certo il più impegnativo tra tutti, ma avrebbe assicurato alla comunità netina dei benefici economici certi ed un futuro migliore. Per i netini, sopravvissuti al terremoto, spingersi fino al mare, sarebbe stata una sfida esigente: costruire un porto, investire ingenti capitali, avviare rotte commerciali. Ma anche incerta: rivaleggiare con Siracusa, Trapani, Mazara, Messina, Catania, aprirsi, divenire vulnerabili. Una città sulla costa, dotata di un porto commerciale, avrebbe certo incontrato le resistenze e la competizione delle altre città marinare siciliane, ma avrebbe potuto consentire ai netini di entrare in una dinamica economica più vantaggiosa e duratura, dinamica di cui hanno goduto le altre due città capovalli dell’isola, Messina e Mazara, ma anche tutte le altre città portuarie siciliane. La possibilità di “spostare” la città sulla costa era quindi l’occasione che il sisma, distruggendo Netum, offriva alla comunità netina mettendola sul piatto delle scelte possibili. La controversia che si aprì subito dopo il terremoto in merito all’ubicazione più adeguata per la ricostruzione della città fu molto lunga, confusa, animata e, per alcuni versi, anche violenta. Nell’ambito di tale controversia la possibilità di una ricostruzione sulla costa non fu ignorata. Anzi, furono formalmente avanzate diverse ipotesi: Vendicari, Eloro. Entrambe furono però presto abbandonate. Le ragioni che spiegano tale abbandono sono tante e svariate e tutte, per quell’epoca, convincenti. Sono ragioni politiche, economiche, militari, geologiche. Ma quella che forse ebbe maggior peso fu la ferma opposizione dei siracusani. Un nuovo porto con pretese commerciali a pochi chilometri di distanza, una ricca capovalle trasferita sulla costa avrebbe semplicemente danneggiato la città di Siracusa. L’aspra opposizione dei siracusani trovò il facile accordo degli spagnoli, i quali, dal canto loro, considerati gli interessi della Corona, non avevano né la necessità e probabilmente neanche i mezzi per costruire e poi anche difendere un’ennesima città marinara in Sicilia. Una Noto portuale, talmente vicina a Siracusa, non poté che apparire come un’idea insensata sia agli spagnoli che all’aristocrazia netina.
Una rinuncia. Il primo atto significativo su cui si fonda la storia della nuova città di Noto, sebbene comprensibile sul piano delle ragioni pratiche, è quindi una rinuncia. Non un’azione positiva bensì un'astensione. Il primo “ma ccu nu fa fare...” della storia della città. Non possiamo allora escludere che il dubbio circa la perdita di un’occasione unica ed irripetibile dovette in ogni caso installarsi in seno alla comunità ed in particolar modo in seno alle classi dirigenti. Il dubbio di aver commesso un errore irrimediabile, il disagio per non essere stati lungimiranti, il rimorso plausibile per non aver difeso con maggior audacia l’idea del mare di fronte all'opposizione dei siracusani e degli spagnoli, trovarono verosimilmente un’occasione di riparazione nella realizzazione della città barocca. Una città nuova, non sul mare, sul colle Meti, senza porto, con un futuro improbabile, ma barocca, decisamente barocca. Il barocco, con il suo gusto per il frivolo, con la sua portata di aria nuova, di divertissement, la sua teatralità, le sue provocazioni, tornava allora utile come una bibita gassata in pieno sole d’agosto. Da un punto di vista strettamente simbolico, considerata nell’ambito di tutte scelte possibili, non può che saltar agli occhi che la scelta del colle Meti, esattamente a metà strada tra il Monte Alveria e il mare, rappresenta per l’appunto una scelta a metà. A metà tra il vecchio e il nuovo, a metà tra il passato, il medioevo, la terra, la chiusura, le mura, e il futuro, il mare, l’aperto, i commerci. La nuova Noto sorgerà vicino al mare ma anche lontano dal mare. Vicino quanto basta per sapere che il mare esiste, che è o che è stato una possibilità, e lontano quanto basta per esserne al riparo o piuttosto deliberatamente esclusi. Esplorando ancor più le conseguenze dell’aspetto psicologico della rinuncia al mare, la costruzione della città in stile barocco sul colle Meti sembra operare per i netini un vero e proprio scambio simbolico: dinanzi all’occasione di costruire un nuovo luogo di vita certo più vulnerabile ma proiettato verso il futuro, i ceti dominanti si fermarono a metà strada, ripiegarono su una scelta meno rischiosa e, quasi a voler equilibrare l’opportunità mancata, puntarono invece sull’immagine esteriore della città, finendo così con lo scambiare il nuovo con lo stile architettonico all’epoca in voga; la modernità con il BAROCCO; l’utilità con l’effetto estetico; la costruzione di una città che avesse un futuro economico e politico duraturi nel tempo con la costruzione di un’opera d’arte alla moda. E’ allora una caso se oggi osserviamo che tale scambio simbolico tra l’utile e il bello, che ha inizio in una data storica precisa, il 1693, continua a perdurare nella vita pubblica della città? Una vita sociale, economica, politica e culturale che si contraddistingue per il continuo ripetersi di tale scambio primordiale, per la propensione alla ricerca dell’effetto piuttosto che dell’utilità, dell’aspetto esteriore piuttosto che della consistenza, del prestigio estetico piuttosto che di quello economico e politico, del corpo più che dell’anima o dell’intelletto.
L’INIZIO È LA FINE
La seconda storia della città di Noto inizia nel 1693. E lì si ferma. Nel senso che da quella data la comunità netina vive - quasi esclusivamente - per realizzare il progetto di ricostruzione. Un progetto nel quale, vista la misura dell’opera che ne è conseguita, si concentrarono, immobilizzandole, gran parte delle energie e delle risorse dell’epoca.
A determinare questo carattere di storia senza storia di questa seconda fase della vita della comunità netina contribuì il mescolarsi di alcune circostanze. Vediamole. La ragione per cui si costruiva una città nuova non era quella di dare un luogo ad una comunità che si doveva ancora costituire. Nel 1693, la comunità cittadina, con una lunga storia alle spalle, con i suoi ceti sociali ben caratterizzati, esisteva da tempo ed era già definita. Se a ciò aggiungiamo il fatalismo che ora si affermava tra gli abitanti come conseguenza del terremoto che in pochi attimi aveva raso al suolo Netum, possiamo immaginare che per molti netini ricostruire la città di Noto era una sorta di necessità assimilabile ad un’opera ultima. Compiuta l’opera, la storia poteva fermarsi, la trasformazione dei netini da attori in spettatori sarebbe allora stato un fatto piuttosto naturale.
Alla vigilia del sisma, Netum era sì una città prospera e potente, che godeva all’interno delle sue mura di una presenza considerevole tanto di istituzioni ecclesiastiche quanto di famiglie aristocratiche, ma per svariati motivi la sua importanza era assai inferiore al resto delle grandi città portuali siciliane. Se il clero vide chiaramente nell’opportunità che si presentava con la costruzione di una nuova città la possibilità di fare di Noto un importante centro di devozione, il ceto aristocratico, dal canto suo, era consapevole che la città nuova difficilmente avrebbe potuto rivaleggiare con l’influenza crescente della altre grandi città dell’isola. Il prestigio e l’influenza politica di Noto sarebbero quasi certamente declinate. Anche ciò lascia pensare come verosimile che la ricostruzione della città dovette essere percepita dagli abitanti come una sorta di ultima impresa.
L’opera di costruzione della città barocca durò all’incirca un secolo. Un tempo relativamente corto per la costruzione di una città, ma piuttosto lungo e deprimente se pensiamo da un lato alle incertezze circa il futuro politico ed economico che minacciavano i netini e dall’altro al sentimento crescente di vanità e fatalismo che si affermava nella psicologia della comunità cittadina. Per tutti questi motivi, non è irragionevole pensare che il completamento dell’opera, il solo fatto di portare a termine il progetto di costruzione, sia stato concepito e vissuto dai netini come LA STORIA, l’inizio e la fine insieme della città nuova.
Se la prima storia della città di Noto, la storia di Noto Antica, è caduta nell'oblio, la seconda storia è, poste queste premesse, una storia brevissima. Dal 1693 fino alla seconda guerra mondiale la nuova città vive secondo uno schema feudale e classista ereditato da Noto Antica e tipico del meridione d’Italia. La città ridivenne per qualche anno provincia, costruisce un teatro comunale e una stazione ferroviaria, ma in questa stessa fase della sua storia perde tutti i primati, economici, culturali, politici che Netum aveva saputo conquistare. Tali primati ovviamente non si volatilizzarono. Anche se in modo frammentato e quindi in maniera meno visibile, essi furono recuperati, oltre che da Siracusa, dalle città limitrofe come Modica, Avola, Pachino, città che oggi , come tutti sappiamo, ne raccolgono i frutti in termini di maggior sviluppo economico e culturale.
DIO, IL MERCATO E LA PIAZZA CHE NON C’È
E’ possibile affermare che lo stile architettonico di una città, l’organizzazione degli spazi, l’ubicazione degli edifici, la loro destinazione, il loro uso, le ragioni che sottostanno alla loro costruzione possono influenzare la storia di una comunità, determinare il destino collettivo degli individui che la compongono?
Nel percorrere la città di Noto, ad un osservatore attento non sfuggirà una particolarità flagrante dell’impianto urbano: lo spazio dato a Dio è grandissimo, quello dato al mercato è piccolissimo, quello dato alla comunione degli abitanti è assente.
Lo spazio che i netini destinarono ai luoghi di culto nella città nuova è uno spazio immenso, persino sproporzionato rispetto al numero degli abitanti che l’avrebbero popolata. Il potere religioso del tempo approfittò dell’occasione data dalla costruzione di una città ex-novo al fine di prendervi, già nella fase di progettazione, uno spazio più che considerevole. Ma né gli architetti, né gli abitanti dovettero trovare ingombrante una occupazione talmente vasta della superficie della città da parte del clero, al contrario la presenza di così tanti e diversi luoghi di devozione religiosa doveva invece apparire a tutti come un buon auspicio, utile tra l’altro a scongiurare il ripetersi di un evento devastante come il terremoto appena vissuto. Alla vastità della superficie occupata dal clero fa però contrasto in maniera eclatante lo spazio destinato nella nuova città al mercato. In qualunque civiltà, sotto qualunque latitudine, il luogo del mercato è il simbolo della ricchezza di una comunità. Se la banca custodisce ricchezze personali che, una volta messe sotto chiave, diventano per lo più sterili ed inaccessibili al resto della popolazione, il mercato è invece il luogo in cui la ricchezza circola, passa di mano in mano, si rigenera, può accrescersi beneficiando un gran numero di cittadini. La dimensione del mercato, la sua ubicazione, la sua forma sono degli aspetti decisivi per lo sviluppo economico di una comunità. Ora, nella Noto nuova, erede di una città come Netum, impegnata in un’attività produttiva e in scambi commerciali non irrilevanti nell’isola, tale ruolo vitale fu affidato dapprima allo spazio antistante la chiesa di San Domenico e successivamente alla loggia o piazzetta del mercato. Sembra incredibile, ma la piazzetta del mercato è ciò che i progettisti della Noto barocca concepirono per accogliere il simbolo della vitalità economica della nuova città. Uno spazio ridotto, contenuto, poco visibile, quasi nascosto. Perché la città barocca destinò al mercato uno spazio la cui dimensione è a dir poco ridicola? Fu un calcolo o una leggerezza progettuale? Certamente la gran parte delle transazioni commerciali si svolgevano direttamente nei feudi, quindi fuori città, ma perché gli architetti presero il rischio di confinare un simbolo strategico come quello del MERCATO, ciò che avrebbe dovuto essere uno dei cuori più palpitanti della città, in un luogo che, seppur armonioso ed elegante, era talmente esiguo ed improprio da fargli perdere il suo valore di emblema agli occhi della cittadinanza e persino delle altre città vicine? Nell’osservare l’esiguità della piazzetta del mercato, la sua timida collocazione, si ha l’impressione che gli architetti della Noto barocca nutrissero quasi dispregio per un’attività così necessaria ed irrinunciabile come quella produttiva e commerciale. Avevano dunque pensato per la città non solo un’architettura ma anche un destino diverso da quello di Noto Antica? Ricorrendo di nuovo alla logica dei simboli, una risposta può emergere dal gioco delle proporzioni simmetriche. All’enormità dello spazio dato a Dio nella città barocca corrisponderebbe, logicamente, all’estremità opposta, l’esiguità dello spazio dato alle cose terrene. Se da un lato la presenza di Dio ad ogni angolo della città poteva tornare utile a scongiurare carestie e terremoti, dall’altro un’attività economica ridotta al minimo riduceva i rischi legati all’incombere di tali sciagure. Rischio di veder vanificati i propri sforzi, rischio di perdere d’un colpo il patrimonio investito in attività imprenditoriali e commerciali, rischio di ritrovarsi ancora una volta nella condizione di dover ricostruire ciò che la calamità distruggeva. In altre parole, il piccolo spazio del mercato sembra voler suggerire che esimendosi dal fare, o limitandosi allo stretto necessario, si può avere la sensazione di essere al riparo dalle vicissitudini della vita.
Ma se la sproporzione tra lo spazio religioso e quello economico risulta di difficile comprensione cosa dire allora dello spazio che manca ?
Nell’impianto urbano della città la piazza principale è la piazza di San Nicolò, la piazza antistante la cattedrale. Nelle maggior parte delle città della Terra, la piazza centrale riveste numerose funzioni sia rappresentative che di aggregazione. La piazza principale è il luogo in cui gli abitanti hanno la possibilità di confluire, di riunirsi, di esprimersi e quindi di sentirsi cittadini, parte attiva della città. Ebbene gli abitanti della città nuova vennero stranamente privati di questo spazio simbolico. La piazza di San Nicolò è sì al centro della pianta urbana, ma la sua struttura è tale che riunirvi la popolazione è impossibile. Lo spazio della piazza è interamente preso a Nord dalla scalinata della chiesa madre e a Sud dal palazzo municipale. Se la piazza centrale di una città vuol avere la funzione di offrire alla cittadinanza la possibilità di associarsi nel suo luogo più rappresentativo, il centro appunto, allora la piazza San Nicolò risulta totalmente inadeguata se non volutamente ostile a tale funzione. I cittadini anziché godere di un piano esteso si troverebbero disposti sui piani diversi della scalinata, chi in alto chi in basso, incastrati a distanza ridotta tra l’autorità ecclesiastica da un lato, imponente e sovrastante, e quella politica, a confronto più timida, ma comunque ingombrante, dall’altro. Certo la presenza di una piazza centrale consona all'aggregazione degli abitanti non è di per sé una condizione sufficiente a garantire una coscienza civile collettiva, ma è singolare constatare che a Noto tale spazio adeguato non fu realizzato né si è sviluppato nel tempo. Che dire ? Se la città di Noto avesse goduto in questi ultimi due secoli di storia di uno sviluppo economico, se avesse mostrato una partecipazione responsabile e disinteressata di noi cittadini alla vita pubblica della città, se non avesse subito l’invadenza di un cattolicesimo retrogrado, questa lettura correlata delle forme e dei fatti si smentirebbe da sola. Ma non è così! E’ allora una semplice coincidenza se i tre aspetti fondamentali della vita cittadina, l’economia, la religione, la coscienza civile, hanno avuto ed hanno tuttora, sfortunatamente, proprio le stesse proporzioni degli spazi architettonici corrispondenti nella pianta della città ?
Tino Tinto
Cittadino e Membro del Movimento Sbarocco
Ringrazio Notolibera per l'ospitalità
ndr: la prima parte al seguente link: www.notolibera.it/dblog/articolo.asp
Il 3 Dicembre scorso la Prof. ssa Rosalba Calvagno, Docente di Teoria della Letteratura presso la Facoltà di Lettere di Catania, in una sala della Libreria Cavallotto di Catania ha presentato la riedizione di un libro di racconti di Vincenzo Consolo dal titolo: Il Corteo di Dioniso, un volumetto di due racconti, La Lepre Edizioni, illustrato da Cecilia Capuano.
L’attore Giovanni Calcagno ha iniziato leggendo Le Cesterfield, un racconto tratto da Le Pietre di Pantalica, in omaggio a Leonardo Sciascia nel ventennale della morte, a cui sono seguiti alcuni brani di Nero Metallicò e Il Teatro del Sole che sono i titoli dei due racconti di cui è costituito Il Corteo di Dioniso. La Calcagno ha fatto un escursus delle opere di Consolo soffermandosi su alcuni brani delle sue opere come ad esempio: La ferita dell’aprile, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Lunaria, Retablo, Nottetempo casa per casa, Le Pietre di Pantalica, L’Olivo e L’Olivastro ed in particolare sui rapporti tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo, raccontando fatti, episodi e atmosfere che denotavano il profondo rapporto d’amicizia e intellettuale tra i due scrittori.
La presentazione della Calvagno è stata maggiormente caratterizzata, oltre che dai brani letti dall’attore Calcagno, dalle domande e dalle risposte tra la Calvagno e Consolo, da una presentazione a più voci, tra le quali quella del Regista teatrale Vincenzo Pirrotta, dall’attore Luigi Lo Cascio e da alcuni interventi sentiti e appassionati del pubblico presente.
Il Corteo di Dioniso è un libro di racconti che non si discosta dai temi, dallo stile e dalle sfumature che caratterizzano tutti i libri di Consolo, infatti l’io narrante dei racconti si apre ai significati della storia e della “ memoria storica “, attraverso quella metafora del “ viaggio “ molto cara a Vittorini.
In Nero Metallicò si narra di un viaggio in Grecia, nella Città di Dion vicino Salonicco, dove al Museo Archeologico vi è la tomba di Filippo II il Macedone in cui si può ammirare il famoso “Cratere di bronzo “, placcato d’oro di Dervini con al centro l’immagine di Dioniso, il Dio del vino, con a seguito le Menadi e i Satiri danzanti.
Una scena e una atmosfera che simboleggia una “ differenza culturale “, che sollecita all’io narrante il periodo dell’adolescenza quando, studente di Ginnasio, assistette al Teatro Greco di Siracusaalla tragedia greca Le Baccanti di Euripide, una tragedia dove attraverso i riti dedicati a Dioniso, il rito del vino, dell’ebbrezza e delle orge si rende omaggio alla liberazione della donna mentre per Il Teatro del Sole, che poi è la trasfigurazione della Piazza di Quattro Canti di Palermo, zona aurea della Città, palcoscenico di riti naturali,civili e religiosi, luogo di convergenza e via di fuga di una Città in cui la sensibilità poetica di Consolo, tra presente e passato, tra razionalità e irrazionalità, tra classicismo e contemporaneità, “ opera “ cogliendo attraverso la storia, i riti, i simboli, gli odori, l’aria e i suoni, personaggi e figure della Sicilia arcaica, civile e religiosa del passato, come in un caleidoscopio di immagini, di atmosfere e di infiniti rimandi storico culturali greche, romane, bizantine, arabe, normanne di cui la Sicilia detiene il primato in Italia.
Quella di Consolo è una scrittura “ verticale “, una scrittura sperimentale che tiene conto della tradizione letteraria, una controscrittura e un controlinguaggio che si può definire alternativo a quello Mass Mediale, un impasto linguistico simile a una cascata di parole in armonie ritmiche in cui si alternano: Lingua italiana, dialetto siciliano, gerghi vari, latino, greco, spagnolo, un plurilinguismo che “ lavora“, che “scava“, rivisitando la storia, rievocando il passato per analizzare il presente, “narrando“ e non raccontando, riconoscendosi in scrittori come ad esempio, Omero, Manzoni, Verga, Gadda, Vittorini, Calvino, Pasolini, Sciascia, Landolfi, tutti scrittori originali, singolari, liberi e dis’identificati con il potere, per “ rifare la storia “ e cambiare la vita, con gli strumenti della parola scritta e dell’impegno culturale, come del resto con molta ironia prova a fare Vincenzo Consolo.
Noto,29 Dicembre 2009
Roberto Bellassai
Una bellissima e singolare serata culturale con un recital di Alessandro Quasimodo dal titolo “Operaio di sogni”, all’interno di “Volalibro”, Festival della cultura per ragazzi, giunto alla seconda edizione.
Una serata di poesia che si è svolta nella Sala del Seminario Vescovile di Noto, un “distillato” di poesia, letta e raccontata attraverso delle foto del Poeta Salvatore Quasimodo 1901/1968, Premio Nobel nel 1959 per la Letteratura, foto che cronologicamente vanno dalla sua prima infanzia, alla sua scomparsa, che hanno fatto da filo conduttore alla lettura di poesie come ad esempio, Vento a Tindari,Vicolo, I ritorni, Alle fronde dei salici, Milano Agosto 1943, Epitaffio per Bice Donetti, Le morte chitarre, Lettera alla madre, Lamento per il Sud, Al padre, più altre poesie dell’ultima raccolta, “Dare e Avere”.
Alessandro Quasimodo, figlio del Poeta Quasimodo, Attore di teatro, di un teatro colto e di spessore culturale, a volte dava la sensazione di “bucare” le parole con una sua particolare varietà di toni e di accenti che davano un suono e un colore alle immagini che sembravano staccarsi letteralmente dalla pagina. Ha letto le poesie sopra elencate, intercalando Lettere, episodi della vita del Poeta, facendo chiarezza su dei versi di varie poesie che alcuni critici letterari del tempo, oltre ad essere stati ingenerosi con il Premio Nobel, molto spesso l’hanno schematicamente travisato.
Classicità greca e realismo contemporaneo sono le radici e i riferimenti dello spirito della poesia di Salvatore Quasimodo, sempre oscillanti tra passato e presente, in cui la natura e il paesaggio della Sicilia soprattutto Ellenica, con tutti i suoi passaggi storico culturali, si fanno e divengono Mito, mito trasfigurato in un linguaggio e in un realismo che diviene “agire poetico” che si fa Etica, e “impegno civile”, nei confronti della sua terra, che dei valori universali dell’uomo, messi sempre al centro della sua poesia,per quel “fine morale” di fare uscire l’uomo di oggi dai vecchi schematismi culturali che storicamente si riproducono come per “eterne ricorrenze”, per “cambiare l’uomo”, nonostante il lamento “d’amore senza amore”, che spesso prevale nel suo canto non solo per il Sud.
Il giorno successivo, Alessandro Quasimodo, parlando del Poeta Quasimodo, ha incontrato i giovani, con cui ha dialogato di Letteratura, di Politica, di Etica, di Impegno Civile che ognuno, secondo l’attore, deve praticare cercando di ragionare con la propria testa per migliorare il livello culturale sia personale,che collettivo.
Una presenza e un messaggio quello di Alessandro Quasimodo molto importante per i Giovani di oggi che, in tempi di crisi di valori culturali e politici come quelli attuali, diviene necessario ripetere.
“Volalibro”, che si svolge dal 6 al 15 Novembre è una delle manifestazioni tra le più importanti che da qualche anno viene svolta a Noto, di cui Corrada Vinci ne è l’ispiratrice e il motore, collaborata dal C.U.M.O. e da varie Associazioni locali. E’ una manifestazione che coinvolge tutto il territorio, Istituzioni e Associazioni, con convegni, laboratori, mostre, presentazioni di libri, letture, spettacoli per bambini e per ragazzi.
A questo Festival occorrerebbe dare un taglio un pò laico, nel senso di fare passare e trasmettere i “saperi culturali”, non in maniera parziale o unilaterale, come per alcune manifestazioni è avvenuto, ma che siano e divengano rotondi, compiuti, ma soprattutto “plurali”.
Roberto Bellassai
Comitato per i Diritti del Cittadino
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