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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 02/02/2012 @ 17:56:07, in Il Palazzo, linkato 58 volte)

Si trascrive integralmente il comunicato stampa della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Siracusa

"In data odierna sono state eseguite due misure cautelari (arresti domiciliari) disposte dal GIP di Siracusa su richiesta della locale Procura nei confronti di FOTI Luigi, nato a Siracusa il 5.12.1934, residente a Siracusa, in via Rosario Gagliardi n. 32, detto “Gino” e di MAROTTA Giuseppe, nato a Siracusa il 9.11.1954, residente a Siracusa, in via M. Politi Laudien n. 7.

Le misure cautelari sono il frutto di oltre un anno di indagini sviluppate nell’ambito della gestione del servizio idrico integrato nella provincia di Siracusa e svolte, su coordinamento della Procura Aretusea, dalla Sezione di P.G. della Procura – Aliquota Carabinieri unitamente al Reparto Operativo C.C. di Siracusa.

Ai due indagati, in particolare, è stato contestato il seguente delitto in concorso con il Presidente della Provincia di Siracusa – Nicola BONO:

«per il reato p. e p. dagli artt. 56, 110, 317 perché - in concorso tra di loro (BONO nella qualità di Presidente pro tempore dell’A.T.O. Idrico di Siracusa ed abusando dei relativi poteri, MAROTTA nella qualità di Amministratore delegato della SO.GE.A.S. s.p.a., FOTI Luigi nella qualità di esponente del Partito Democratico di Siracusa) e con minaccia consistita nel prospettare agli amministratori della SOGEAS ATO Idrico 8 s.p.a. (GIORGI Mirco e FERRAGLIO Marzio) che avrebbero risolto il contratto di concessione esistente tra l’ATO Idrico di Siracusa e la stessa SAI8 ricorrendo strumentalmente alla clausola risolutiva espressa prevista dall’art. 7 della Convenzione - compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco ad indurre gli amministratori della SAI8:

ad assumere indebitamente il segretario particolare di BONO (VACCARISI Sebastiano) direttamente o attraverso la ditta di proprietà di FAZZINO Massimiliano;

ad affidare il servizio di riscossione delle bollette insolute ad una ditta esterna, la Teleservizi di Caserta, garantendo alla stessa ditta alte percentuali di guadagno sulla riscossione (pari al 15% comunque superiori e quelle praticate da analoghe società presenti sul mercato);

a rinunciare alla realizzazione di importanti infrastrutture nella provincia di Siracusa (e, segnatamente il c.d. campo pozzi di Siracusa ed il nuovo acquedotto di Augusta) riservata dalla convenzione di affidamento del servizio idrico al Gestore individuato con la procedura negoziata.

Evento non verificatosi per cause indipendenti dalla loro volontà e, segnatamente, la reazione delle parti offese che presentavano denuncia determinando l’intervento dell’A.G.. In Siracusa tra il marzo 2010 ed il dicembre 2010»

Il GIP accogliendo le richieste della Procura nei confronti di FOTI e MAROTTA ha ritenuto, in questa fase, di rigettare l’istanza cautelare avanzata nei confronti del Presidente della Provincia sostenendo che «Le argomentazioni della Procura, basate su dati temporali precisi, non sono certamente peregrine, e costituiscono sicuramente base importante di un quadro indiziario che appare ragionevolmente sostenibile, tenendo presente la ricostruzione complessiva della vicenda.

Resta però - quanto alla seconda e più rilevante serie di coincidenze temporali e cioè quanto a ciò che avviene a cavallo della precisa richiesta di affidamento della gara di riscossione degli insoluti alla Teleservizi di Caserta – la più volte evidenziata assenza di collegamenti diretti tra il BONO e detta società e di richieste dirette del BONO in tal senso, alle persone offese».

Nel corso dell’attività di indagine, inoltre, la Procura ha accertato l’esistenza di una rilevante turbativa d’asta posta in essere nel corso della procedura per l’affidamento del servizio idrico alla società SAI8.

È stato, nello specifico, accertato che le società SACCECAV e SOGEAS (società riunite nell’ATI SAI8) hanno prodotto una fidejussione irregolare per la partecipazione alla gara ad evidenza pubblica. Nei confronti dei rappresentati legali delle società coinvolte è stato pertanto elevato il seguente capo d’imputazione: «per il reato p. e p. dagli artt. 110 – 353 c.p. perché in concorso tra di loro (CASADEI nella qualità di legale rappresentante di SACECCAV DEPURAZIONI SACEDE S.p.a, PARISI e MAROTTA nella qualità di legali rappresentanti della SO.GE.A.S. s.p.a.. – società riunite in ATI per la partecipazione alla gara oggetto della turbativa) turbavano la regolarità delle procedure di gara per l’affidamento del servizio idrico integrato della Provincia di Siracusa e, segnatamente, presentavano, come cauzione provvisoria, la fideiussione n. 1005250 dell’importo di € 4.000.000, rilasciata a Roma, in data il 24.2.2005, da OMNIA S.p.A. società che, come a loro ben noto, non era in possesso dei requisiti richiesti dall’art. 10, punti 1 e 2 del bando di gara non risultando iscritta all’albo di cui all’art. 13 T.U.L.B. Fatto commesso in Siracusa, il 3 luglio 2006».

Si rileva che la turbativa d’asta accertata non è in alcun modo collegata con le doglianze relative alle presunte inadempienze contrattuali fatte valere dall’ATO Idrico e dal suo legale rappresentante nelle sedi civili e amministrative nei confronti della SAI8.

Aggiornamento delle 12.30

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Luigi Foti, ex parlamentare e sottosegretario in alcuni governi della prima repubblica, e Giuseppe Marotta, ex amministratore delegato della Sogeas, la società che gestiva il servizio idrico a Siracusa, sono stati arrestati stamattina.

I due sono accusati di tentata estorsione. Ad entrambi il Gip ha concesso gli arresti domiciliari.

L'indagine che ha portato ai due arresti e' stata denominata "Oro blu" in riferimento all'acqua, bene prezioso gestito dalla Sogeas e riguarda proprio la distribuzione dell'acqua a Siracusa. Ad eseguire gli arresti sono stati i Carabinieri.

Gino Foti è stato, insieme a Santi Nicita, uno dei massimi esponenti della Democrazia cristiana a Siracusa, ma anche in Sicilia. Sindaco dal 23 marzo 1972 al 28 dicembre 1973, fu eletto alla Camera dei deputati nella VIII, IX, X e XI Legislatura, ricoprendo la carica di sottosegretario nel governo Goria e nei governi Andreotti VI e Andreotti VII. E' stato anche presidente della squadra di calcio.

I dettagli sull'operazione, denominata «Oro blu» e condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Siracusa, verranno illustrati alle 10,30, nel Palazzo di giustizia, durante una conferenza stampa.

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Di Roberto Bellassai (del 02/02/2012 @ 08:56:14, in Per il cittadino, linkato 23 volte)
Ho partecipato alla Conferenza programmatica del Partito Democratico che si è tenuta Domenica 29 Gennaio nel Salone del Palazzo dei Gesuiti, ex Convitto Ragusa, ed ho apprezzato molto alcuni interventi, in particolare quello del vice Segretario Cettina Raudino che ha centrato il suo intervento sulle risorse culturali del territorio di Noto, come ad esempio, i giacimenti culturali di Noto Antica, Vendicari, Castelluccio, Eloro, i Mosaici del Tellaro, la Costa Marina quindi la Città Barocca a cui deve essere legato l’intero territorio ma per poterlo realmente realizzare, e quindi valorizzare adeguatamente, dice la Raudino, sono basilari le figure professionali   per poi poterlo promuovere e farlo realmente fruire, dando occupazione alle figure professionali e ai giovani qualificati per un lavoro non delocalizzabile.
   Per il resto si è parlato, ad esempio, dei due problemi basilari divenuti cronici come l’Ospedale Trigona e l’Acqua data sciaguratamente in gestione alla Sai8.  Penso che se non si scioglie il “ nodo politico ” del conflitto d’interessi tra Privato e Pubblico non credo che le due questioni possono essere risolte in positivo per l’intera Città e la Zona Sud. 
Di ciò non né  ha parlato né la base del PD, né i due Deputati presenti, Marziano e De Benedictis, che non lo hanno nemmeno sfiorato!
   Per il resto degli interventi direi che a Noto, come in tutto il Belpaese, la Democrazia è completamente sterile, è senza il “dovuto senso” , quindi ha bisogno di nuova linfa per potersi dire tale!
La linfa e la qualità della linfa basilare, la vedo in una alternativa reale ai pseudo valori, che purtroppo prevalgono e su cui il PDsi è appiattito, sia a livello locale che a livello nazionale, limitandosi all’ordinario burocratico, a una politica da impiegati della politica, quando invece, come forza politica di sinistra o di centro sinistra, dovrebbe pensare anche ad una reale alternativa culturale e democratica per potere parlare di pluralità delle idee, sia a Noto che nel Belpaese, promuovendo la reale cultura laica con i suoi incroci infiniti  di valori alternativi, ai valori del sistema cattolico – borghese – oggi consumistico, ma sempre e purtroppo a guida etica religiosa e non civile a causa di una Chiesa sempre in concorso con i vari poteri politici, che impone la monocultura a discapito della pluralità dei saperi, facendo prevalere una      “ soggettività  generica ” , fragile, che diviene funzionale allo status quo,  sociale, politico, culturale e spirituale!
                                                                                                                                  Roberto Bellassai
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Di Admin (del 01/02/2012 @ 09:07:50, in La voce dei partiti, linkato 49 volte)

Prendiamo ad esempio la sanità: nell’ospedale di Avola, nella provincia di Siracusa, c’era una unità operativa complessa che i tecnici dell’assessorato regionale e dell’ASP, direttore generale in testa, avevano deciso di sopprimere perché la casistica non ne giustificava il mantenimento. Proteste accanite del primario assieme a tutto il suo partito, il PdL, di cui era stato candidato non eletto nelle ultime elezioni regionali. Ma proteste inutili, sempre stoppate dall’assessore Russo al lume dei dati. Fino a quando il bravo dottore non è stato colto dalla ammirazione proprio per Raffaele Lombardo, (presente in tutte le occasioni in cui il Presidente veniva da quelle parti e perfino ai congressi del suo partito) e infine divenirne un fedelissimo. Risultato numero uno: reparto ripristinato con tanto di decreto dell’assessore Russo. Risultato numero due: fine della leggenda dell’assessore che giurava di tenere la politica fuori dalla sanità. Risultato numero tre: abbiamo scherzato, tutti ai vostri posti, si riparte da dove eravamo rimasti. Cioè dall’insegnamento che per ottenere quello che si vuole – pretesa o diritto, poco importa – la strada giusta è quella di sempre. Come ha fatto alle vigilia delle elezioni amministrative nella sua città la dottoressa F., stanca delle vessazioni subite dal coordinatore sanitario del suo ospedale, guarda caso di fede presidenziale, il cui marito è andato offrirsi, elettoralmente parlando, al partito del presidente: “per difenderla”, dice giustamente lui. Creare l’occasione di nuovi “posti” non è dunque indispensabile, vanno bene anche quelli esistenti purché si usi il ruolo di cui si dispone nelle mille opportunità che la disamministrazione consente: si chiama clientelismo, si pratica con l’abuso di potere.

Si moltiplichi ora questo esempio per tutti gli altri casi possibili nella stessa ASP di cui parliamo e per tutte le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere dell’isola, fino a coprire tutto quell’universo governato dall’assessorato alla sanità. E quello che è possibile nell’assessorato alla sanità lo si estenda idealmente a tutti gli altri del governo regionale, che non hanno la fortuna di essere presidiati da un assessore di legge che aveva promesso rigore e legalità, e forse apparirà l’idea di quell’immenso mosaico in cui collocare le tante tessere che occasionalmente, eppure giornalmente, la cronaca fa trapelare: nomine, consulenze, incarichi, dagli uffici di gabinetto alle società partecipate, da primari ospedalieri a tutti i dirigenti dell’elefantiaca amministrazione regionale. Ed ancora tutto questo è solo la punta dell’iceberg perché, come s’è detto, il resto, il sommerso, sta lì dove la disamministrazione ti mette sulla strada la barra di un passaggio a livello che non si alza automaticamente come dovrebbe e ti fa capire, o ti viene detto, che è meglio parlare con il Presidente. E si aggiunga infine la fondazione di questa montagna, il denaro pubblico orientato a sostenerla in mille modi, dai contratti dei precari ai contributi per i prenditori travestiti da imprenditori.

È male tutto questo, e perché? E se fosse giusto? Domandarselo non è per nulla ozioso, perché la tolleranza verso questo metodo, fino alla sua pratica, impregnano tutto il nostro sistema sociale. Radicalizzando, si possono assumere tre diversi punti di vista: etico, giudiziario e politico. Nei primi due prevale la riprovazione per l’iniquità della condotta, per i reati che la rendono possibile, per i vantaggi che ingiustamente ne derivano a taluni, per la violazione degli stessi principi costituzionali posti a garanzia degli individui e della nostra comunità. Ma sento già le risatine di tanti, politici e non, e quelle di chi nel mio stesso partito ama deriderci appellandoci “anime belle” (anche questo si deve sopportare!). E sia: mettiamo da parte ogni moralismo e guardiamo al problema con mero cinismo politico. Questo sistema, che ha favorito in Sicilia l’inefficienza della pubblica amministrazione, la spesa pubblica improduttiva, la fragilità e la bassa competitività delle imprese e quindi l’arretratezza del contesto e la disoccupazione (lo dimostrano numerosissimi studi socioeconomici, fra cui recenti quelli diretti da Carlo Trigilia per la Fondazione RES), ha tuttavia premiato le forze politiche che lo hanno gestito (democristiane nella prima repubblica, del centrodestra nella seconda). E perfino adesso che le risorse pubbliche (cioè le fondamenta di quella montagna) scarseggiano e che il suo uso perverso si ritorce sulle famiglie con una crisi senza precedenti innescata proprio dal debito pubblico, quel modello può essere ancora, drammaticamente, fonte di consensi per chi lo gestisce. Un consenso accattone, certo, miserabile, contrario all’interesse generale, ma non è questo il punto.

Quale può essere allora l’obiettivo politico di una forza come il PD che oggi sostiene Lombardo, nei confronti di questa sua gestione? Puntare a parteciparne per trarne anch’essa parte di consenso elettorale, e se non per tutti almeno per chi ci riesce? Imporvi un freno per dimostrare la propria capacità di orientare il cambiamento? Lasciar fare senza approvare? Al di là del mero biasimo usato quale argomento da chi ha contestato l’appoggio a Lombardo, dentro il PD non c’è mai stata una vera riflessione su questo tema e quando qualcuno ha cercato di porla, essa non ha avuto seguito, derubricata a poco più di un fatto di costume, di irrinunciabile armamentario della prassi di governo, in ogni caso questione secondaria o addirittura fuori dai limiti della nostra azione politica.Quell’innovazione all’insegna della quale il PD ha favorito, nella legislatura regionale in corso, la disarticolazione del centrodestra e il suo sostegno all’attuale governo Lombardo, non ha avuto un’attuazione degna delle promesse e ancor meno delle premesse, che pure vi erano state. Non l’ha avuto in generale, nella carente azione di governo, ma soprattutto in quel cambio di metodo che si richiedeva necessario ad una stagione d’innovazione e, se mi permettete, sostenuta dal PD. Perché non lo si è ritenuto necessario, determinante o, più semplicemente, possibile. Al contrario, non è fin troppo ovvio che un processo di ammodernamento della Sicilia non poteva e non può prescindere dall’arretramento del sistema delle intermediazioni politiche parassitarie, da un cambio di passo radicale sul terreno del clientelismo, chiunque lo gestisca? Non è evidente che ciò che si muove a partire dalla sacrosanta richiesta di riduzione dei costi e dei privilegi della politica fino alla più sommaria e discutibile antipolitica, esprime in realtà (non sempre esplicitamente) una netta critica verso quella gestione ed i suoi risultati? “Pochi si rendono conto che questo è un paese assetato di giustizia”, scrive Dacia Maraini. “Anche se finge di non crederci, anche se pratica il vezzo del cinismo, anche se per abitudine preferisce allearsi coi più forti, anche se pretende di credere che la furbizia vinca su tutto. Quel poco o molto di buono che c’è nel Paese ha un bisogno fisiologico, estremo di giustizia. E non di una giustizia astratta, sbandierata, retorica, proclamata e fumosa. Ma di quelle piccole giustizie quotidiane che costituiscono poi la grande rete del vivere civile.” (Dacia Maraini, “Sulla Mafia”, 2009). È drammatico se fra quei pochi che si rendono conto non ci siamo anche noi, che pure in molti proclamiamo quella giustizia astratta, retorica, fumosa..

Roberto De Benedictis

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Di Evarco (del 16/11/2011 @ 10:31:30, in Per il cittadino, linkato 103 volte)

La redazione del Piano Regolatore Generale è uno dei pilastri portanti del programma di governo dell'Amministrazione Bonfanti. La maggioranza di governo ha, in questi giorni, dato un forte impulso agli uffici preposti verso questa direzione. Pubblichiamo lo studio socio- economico redatto dal Prof. Pedalino e adottato dal Consiglio Comunale.

www.notolibera.it/public/STUDIO SOCIO ECONOMICO NOTO[1].pdf

L’adozione dello Schema di Massima (delibera del C.C. n. 82 del 24.10.2007) relativo alla “Revisione del P.R.G. del territorio di Noto”, redatto nel maggio 2006 (trasmesso con nota prot. gen. n. 22518 del 04.07.2006) dall’Ufficio speciale di Piano (istituito con delibera di G.M. n. 105 del 26.06.2003 ed integrato con delibera di G.M. n. 87 del 26.05.2005) con la consulenza della prof.ssa Tatiana Kirova (delibera di G.M. n. 106 del 26.06.2003) secondo le “Linee guida” delineate dalle “Direttive Generali” del 2004 (delibera del C.C. n. 11 del 18.02.2004), ha rappresentato una fase “importante e significativa” del processo urbanistico degli ultimi cinquant’anni (riferito allo scempio del Piano “Sultana” negli anni ’60-70 per la proposta di realizzare un “porto turistico” nei Pantani di Vendicari) per aver introdotto gli “indirizzi di pianificazione strategica e di programmazione sostenibile” – oltre alla “dichiarazione di sostenibilità” - riconducibili ai principi e ai criteri della sostenibilità economica, sociale e ambientale tipici del processo di Agenda 21 locale e della Carta di Aalborg (1994 e 2004) alla quale il Comune di Noto ha aderito nel gennaio 2004. I contenuti e gli obiettivi sono evidenziati nel “Documento sugli indirizzi di programmazione” di cui all’Allegato alla Tav. 6-Bis dello Schema di Massima relativi alla “Rete Ecologica e Agenda 21 locale per lo sviluppo sostenibile”.
1. La Rete Ecologica in ambito comunale, definita secondo i “lineamenti di indirizzo tratti dalle linee guida di attuazione della R.E.S. – P.O.R. Sicilia 2000- 2006, rappresenta una “nuova concezione delle politiche di conservazione dell’eco-sistema territoriale” per fronteggiare il progressivo degrado del patrimonio naturalistico, paesaggistico e ambientale, causati dall’accrescimento discontinuo e incontrollato delle attività antropiche e insediative. L’approccio di tale sistema, quindi, coniuga la conservazione della natura con la pianificazione territoriale e delle attività produttive, assegnando alla Rete Ecologica il valore di “strumento” per la conservazione della ricca diversità di paesaggi, habitat e specie di rilevanza europea e mondiale. Obiettivo principale della R.E. è quello (come le Direttive Habitat e Natura 2000) della “conservazione” della biodiversità come parte integrante dello sviluppo economico e sociale ma anche di “costruire” nuovi modelli di gestione che generino “conservazione e qualità ambientale”, producendo reddito e occupazione attraverso la valorizzazione delle risorse del patrimonio endogeno, lo sviluppo di nuove attività e di sistemi produttivi ed erogazione dei relativi servizi, facendo sì che il territorio interessato dalla R.E. diventi “ambito privilegiato” nel quale sperimentare nuove forme di intervento per diventare “piani o progetti d’eccellenza”. Il concetto di “sviluppo sostenibile” è ricompresso, quindi, in una concezione più articolata e complessa del processo di sviluppo economico e sociale, non contrapponendosi ad esso ma integrandolo o adattandolo con verifiche di “compatibilità ecologica”.
2. Agenda 21 locale rappresenta il “motore” privilegiato e strategico per la “partecipazione, consultazione e condivisione” delle idee e dei progetti che, attraverso gli strumenti del Piano d’Azione e del Forum cittadino, realizzano gli interventi migliorativi da attivare nel territorio secondo “obiettivi, priorità e tempi” di realizzo. L’introduzione nel P.R.G. di tali strumenti rappresenta una “strategia nuova” di “conoscenza” ma soprattutto di capacità innovativa di saper “gestire” il territorio e di “monitorare” le aree di “criticità” individuate in fase ricognitiva dello “stato di fatto” al fine di “controllare” il loro grado di “qualificazione ambientale” e di perseguimento degli obiettivi prefissati. Il Piano di Azione denominato “Noto Sostenibile” individua, in linea di massima, aspetti riguardanti: - la mobilità urbana - i trasporti pubblici e privati - la tutela e conservazione delle risorse naturali e ambientali e delle azioni per valorizzarle - il risparmio energetico nell’edilizia pubblica e privata, con allegato al R.E. sul “piano energetico ambientale” - la raccolta differenziata dei rifiuti urbani e il loro riciclo o recupero - la riduzione dei fattori inquinanti (acustico, atmosferico, idrico), specie nelle colture agricole e intensive - il turismo sostenibile che rispetti l’ambiente, la natura, il patrimonio culturale e artistico l’educazione ambientale nelle scuole come processo di sensibilizzazione al rispetto della natura e del patrimonio artistico, delle tradizioni, dell’ambiente, del paesaggio - il risparmio nel consumo di suolo edificabile e nell’introduzione di aspetti normativi per incrementare il verde privato e le aree di verde pubblico (c.d. “standard urbanistici”) - pianificazione urbanistica ed attività edilizia da realizzare secondo i principi della “sostenibilità ambientale” Spetta, pertanto, alla definizione del Piano Urbanistico Comunale l’introduzione di norme, principi e linee d’intervento per realizzare la “sostenibilità ambientale” nel territorio di Noto. Il Piano Ambientale è uno strumento di governance e di democrazia partecipata,che impone agli amministratori trasparenza e assunzione di responsabilità rispetto agli impegni assunti; occorre,quindi, che gli impegni dell’Ente siano esplicitati e l’azione svolta e i risultati raggiunti (e i relativi costi) monitorati e oggetto di verifiche in merito alla loro efficacia ed efficienza.
Se l’ “azione” non fondata sulla conoscenza è destinata ad essere vana, la conoscenza senza una volontà realizzatrice è cosa sterile. La redazione del Nuovo Piano Regolatore integrato, nel contesto di uno Studio Socio-Economico del territorio di Noto, è finalizzata a fornire al “saggio” Amministratore la visione dell’esistente e del possibile quale premessa per un’azione efficiente ed efficace.


Il senso delle cose (…e le cose di senso).
Nel cambiamento in atto dei sistemi produttivi locali entrano in gioco diversi livelli (locali, metropolitano, globale) che ridefiniscono i confini dei luoghi in rapporto alle molteplici esperienze dei soggetti che li abitano o li usano, spostandosi da un punto all’altro di un sistema che, ormai, sembra privo di confini ben tracciati. Un aspetto cruciale che alcuni filoni teorici hanno messo in luce è il ruolo del territorio, inteso come qualcosa di più e di diverso dallo spazio.
Solo concependo il territorio come spazio relazionale, costrutto socio-economico, fortemente influenzato dalle convenzioni, dalle strutture di governance e dai meccanismi di regolamentazione, è possibile cogliere la vera natura dei sistemi locali di produzione ove il territorio costituisce dunque una componente attiva dei sistemi economici, che determina le scelte produttive e diventa esso stesso una risorsa fondamentale per la produzione.
Il territorio come spazio cognitivo in cui si genera e si trasmette conoscenza, rappresenta un rilevante elemento esplicativo della crescita dei sistemi locali di produzione. Il territorio deve essere interpretato come un sistema sociale, in cui si stabiliscono scelte e regole; ma soprattutto legami sociali ed economici all’interno di un contesto specifico. Da tale concezione discende l’eterogeneità dei sistemi produttivi locali ognuno dei quali segue un proprio percorso evolutivo determinato dal suo stesso evolversi. Si è molto discusso sui fattori in grado di generare esternalità positive a livello locale.
I vantaggi competitivi di un’area possono scaturire dall’elevato livello di specializzazione produttiva, ovvero da una agglomerazione di produzioni diversificate, caratterizzate da forti interdipendenze settoriali. La crescita economica di ogni specifica area territoriale viene inoltre considerata dipendente dalla capacità della stessa di attirare risorse mobili rilevanti ai fini della crescita: imprenditori, capitali e lavoratori specializzati. Nella recente letteratura sullo sviluppo economico i meccanismi di creazione e trasmissione delle conoscenze hanno assunto un ruolo cruciale nella spiegazione del successo di alcune aree e del declino o della stagnazione di altre.
In particolare i contributi degli studiosi dello sviluppo locale hanno sottolineato l’importanza dell’interazione fra agenti economici ed ambiente circostante nello sviluppo di know how produttivi derivanti da un corpus di conoscenze diffuse nel territorio, e capaci di influenzare in modo decisivo, grazie alla loro specificità, la competitività della struttura produttiva locale.
Il territorio non è più concepito come spazio fisico rilevante soprattutto dal punto di vista dei costi dei trasporti secondo lo schema classico, ma piuttosto come luogo di una complessa rete di relazioni socio-economiche favorite dalla comunanza di cultura, storia e competenza degli attori. In economia la teoria dei “distretti industriali” prefigura una società, un cluster, che a vari livelli partecipa al processo di trasformazione e di sviluppo in un concerto sinergico di conoscenze e iniziative, realizzando economie di scala (all’interno del Distretto) che lo rendono competitivo.

Al territorio di Noto, in quanto parte di un contesto “produttivo” quale quello del Val di Noto (inserito dall’UNESCO nel WHL) si possono applicare moduli cognitivi ed operativi propri dei Distretti?
La nostra risposta è affermativa pur nella consapevolezza della specificità “produttiva” dell’area.
In tal senso è altamente significativo il processo messo in atto con l’Atto Costitutivo del 29 gennaio 2007 tra i Comuni del “Val di Noto” che ha costituito il “Distretto Culturale del Sud Est” per lo “sviluppo e il coordinamento delle attività di promozione turistico-culturale” al fine della valorizzazione, conservazione e diffusione pubblica dei beni culturali e della valorizzazione e promozione delle tradizioni locali.
Sulla stessa linea guida si innestano le attuali iniziative di riconoscimento dei Distretti Turistici avviate nello scorso mese di Giugno ed a cui il comune di Noto ha intelligentemente aderito sia per quanto riguarda il “Distretto Turistico Culturale del Sud Est”, comprendente i 16 comuni inseriti nella WHL Unesco, che per quanto concerne il “Distretto Turistico territoriale Siracusa e Val di Noto”, a cui hanno aderito 17 comuni della provincia di Siracusa.
Tali distretti, tutti imperniati sulle strategie di sviluppo turistico in rete ispirate all’approccio di “destinazione turistica” e di “turismo relazionale integrato”, rappresentano il percorso obbligato da seguire per il rilancio e lo sviluppo del turismo nel territorio di Noto.
Significativi appaiono in tal senso gli obiettivi operativi che si prefigge la costituenda Società consortile mista a responsabilità limitata denominata “Distretto Turistico del Sud Est s.c.r.l.” per perseguire le strategie di sviluppo e rilancio turistico del territorio:
• Miglioramento delle condizioni generali di appetibilità del prodotto turistico del distretto, attraverso l’attuazione di sinergie tra i soci e gli organismi pubblici e privati in qualunque modo interessati, sostenendo le imprese operanti nel settore turistico;
• Elaborazione e realizzazione di ogni azione utile a promuovere uno sviluppo turistico durevole delle aree del distretto, nel rispetto dell’identità culturale locale e dell’ambiente;
• Promozione e realizzazione di azioni integrate, pubblico-private, di marketing ed animazione territoriale finalizzata alla promozione del prodotto turistico;
• Promozione dell’immagine unitaria e complessiva del turismo riferita all’area del Sud Est di Sicilia, promuovendo altresì l’immagine sui mercato nazionali ed internazionali.
Il territorio non è solo un congegno produttivo che conviene addensare in un posto anziché disperdere in luoghi diversi, ma è prima di tutto un luogo che accoglie una società locale specifica, con le sue regole, il suo sapere la sua capacità di governo dei conflitti.
In questa visione delle cose, che in una certa misura ha guidato il nostro lavoro, il Distretto Industriale si configura come un sistema sociale che, sulla base della sua specifica qualità istituzionale, culturale e antropologica, offre una cornice appropriata alla moltiplicazione delle conoscenze locali.
In tale contesto quindi lo sviluppo è indotto dalla moltiplicazione delle conoscenze, del loro valore, e dagli interventi all’interno di una visione più ampia, ancorché legati al contesto locale.
La contiguità fisica dei luoghi e la loro comune vocazione, se da un lato offrono una rete “naturale” per far circolare i flussi di conoscenze, esperienze, professionalità, idee imprenditoriali, dall’altro possono esprimere verso l’”esterno” un’offerta “produttiva” più appetibile, più concorrenziale, perché più organicamente strutturata. La robustezza istituzionale e la permeabilità cognitiva offrono i canali che servono per far circolare i flussi di conoscenze, esperienze, professionalità, idee imprenditoriali.
L’ottima riuscita di una simile strategia di comunicazione richiede una cooperazione tra i singoli produttori i quali, se da un lato sono competitori sul singolo prodotto, dall’altro lato, devono al contempo operare come alleati nel territorio di riferimento. La contiguità fisica non basta a far scattare la molla dello sviluppo localizzato e cumulativo nel tempo. Anche se l’addensamento venisse a prendere forma, in assenza di un nucleo cognitivo importante di sapere localizzato, con ogni probabilità finirebbe, ad un certo momento, per perdere forza.
Non bisogna dimenticare che se esistono economie di agglomerazione, esistono anche diseconomie collegate all’effetto cogestione e all’effetto scarsità che l’agglomerazione comporta sulle risorse materiali localmente disponibili: la terra, gli spazi, il tessuto urbano, l’acqua, le materie prime, il lavoro e gli fattori produttivi localizzati sul territorio. Gli unici effetti moltiplicativi che non sono soggetti a congestione e a scarsità sono quelli che riguardano la conoscenza e i fattori immateriali.
La costruzione del territorio è un processo in divenire, frutto di un intreccio continuo tra lo “spazio” locale e le dinamiche esterne; e del modo in cui queste vengono intercettate. Lo spazio locale (il “luogo”), che diventa habitat del movimento, non è un dato, ma il risultato di una interazione continua e complessa tra natura ed elemento umano: la sua cultura, il “radicamento”, le sue risorse, l’economia.
Il risultato quindi di una costruzione dei “materiali” prodotti dalla storia (l’uomo) e dalla natura, per dare luogo di volta in volte a forme ed assetti, flussi, in divenire sempre nuovi ed “in avanzamento”: la mobilità delle idee, delle persone, dei capitali, dei servizi e delle merci.
Il rilancio, la rigenerazione del territorio ad opera del “saggio” amministratore, onde evitarne la decadenza entropica, è un processo difficile quanto indispensabile che si svolge lungo due momenti: - la de-costruzione dell’ordine territoriale pre-esistente, magari ereditato dalla storia e coerente con la cultura locale, ma bisognoso - per restare “competitivo” e “vivo”- di essere re-inventato con innesti di idee, uomini e moduli produttivi nuovi, richiesti dalle dinamiche esterne; - la ri-costruzione dell’assetto del “luogo” intorno ad elementi di originalità e specificità, mediante un utilizzo ottimale delle risorse: servizi, infrastrutture, conoscenze contestuali, ecc, che rendano il luogo capace di produrre valori culturali ed economici spendibili sul mercato globale e di attrarre fattori, processi produttivi e “interessi” da altri luoghi. Su una circostanza occorre ben riflettere: se la de-costruzione è certa, anche se spesso avviene lentamente e in maniera poco appariscente, la ri-costruzione delle identità locali può, verosimilmente, trovare ostacoli e resistenze a causa di una mancanza di incisività dell’azione di promozione, specie se rispetto ad un ambiente poco recettivo e non adeguatamente disposto al cambiamento.
Da questo punto di vista, non è detto che avere alle spalle una forte identità e storia culturale del luogo (come nel “nostro” caso) aiuti nella misura in cui ristagnano forme di conservatorismo più o meno latente. Spesso, se questa identità fa diga al rinnovamento, possiamo assistere alla lenta decadenza del territorio, senza che prenda forma un “nuovo luogo” con nome e identità diverse, sì, sebbene eredi del precedente. Per questo, chi vive nei luoghi e vuole salvare la loro identità, deve preoccuparsi di generare identità competitive, costruite intorno all’innovazione ed una ipotesi di sviluppo competitivo.
Perché i soggetti possano davvero plasmare lo spazio dei luoghi e le “reti” dei flussi in funzione della loro idea di futuro, debbono abbandonare l’idea di abitare un territorio ricevuto in eredità da altri, o dalla storia, e cominciare a pensarlo come risultato di una loro visione in un contesto progettuale condiviso.
I luoghi non sono più dati ma sono - o quanto meno possono essere - “prodotti” dagli uomini che li abitano. La costruzione dei luoghi cui dare un senso costituisce un grande impegno intellettuale ed operativo che chiama al lavoro tutti noi: amministratori, studiosi, consumatori (fruitori), cittadini. E che può essere fonte di valore economico e di vantaggi competitivi destinati a durare nel tempo, perché riconosciuti ed apprezzati dai nostri interlocutori nel mondo. Se il recupero del patrimonio architettonico costituisce una concreta testimonianza delle antiche tradizioni costruttive, visibili in ogni particolare, dai palazzi del centro storico al patrimonio architettonico rurale sparso sul territorio, gli insediamenti urbani e produttivi non dovrebbero modificare la vocazione architettonica ed urbanistica del territorio e realizzarsi nel rispetto delle valenze naturalistiche, paesaggistiche ed ambientali.
Nei distretti industriali la società locale partecipa a questa trasformazione mobilitando le sue tre anime: quella del cluster geografico (addensamento, agglomerazione), quella dell’ecologia territoriale - sintesi di società, tecnica, economia e natura emergente dalla storia passata, consapevoli che la storia non passa mai - e quella del sistema delle conoscenze costruito dalle persone (variamente articolate, organizzate in gruppi portatori di interessi e valori significativi) e dalle imprese che progettano il loro futuro: questo il punto (o se si vuole: qui sta il problema!). E’ la capacità progettuale all’interno di un quadro di riferimento elaborato e portato avanti dagli enti pubblici locali e da essi sostenuto che, come espressione dell’elemento umano, determina alla fine le sorti di un territorio in una direzione piuttosto che un’altra.
Infatti i tre modi di essere del territorio sopra delineati coesistono nel presente ma devono essere intrecciati fruttuosamente l’uno con l’altro in un rapporto operativo sinergico. Affinché i soggetti (pubblici e privati) possano plasmare lo spazio dei luoghi e le reti dei flussi in funzione della loro idea del futuro debbono accantonare un atteggiamento passivo “accontentandosi” di abitare un territorio ricevuto in eredità da altri o dalla storia, e cominciare a pensarlo come risultato di una loro visione e di un loro progetto condiviso. La capacità di sintesi di istanze riconosciute “degne” e significative è quella di progettare un sentiero di crescita che non è solo o prevalentemente di sviluppo economico. Inefficienze del sistema produttivo, scarsi livelli di qualificazione del capitale umano, unitamente a inefficienze socio-politiche-istituzionali, possono costituire ostacoli insormontabili per lo sviluppo locale.

Lo sviluppo locale.
Nelle organizzazioni di tipo distrettuale, la notevole contiguità geografica delle imprese dovrebbe già di per sé favorire l’appropriabilità, da parte delle stesse della componente del bene pubblico insita nelle innovazioni tecnologiche (maggiore diffusione delle conoscenza tecnologica). Come emerge sempre più dagli studi in materia, il processo di generazione e sfruttamento della conoscenza tecnologica è in realtà un fenomeno molto complesso. Ai fini dell’avanzamento tecnologico, è evidente l’esigenza non solo di una elevata capacità innovativa ma anche di una rapida assimilazione e di sviluppo delle innovazioni effettuate altrove. Sicuramente è vero che l’imitazione è più semplice, più rapida e più economica rispetto alla scoperta e alla messa a punto di una innovazione (di prodotto e di processo). In pratica, tuttavia, non è sempre facile appropriarsi delle innovazioni introdotte altrove e riuscire a trarne vantaggio: inefficienze del sistema produttivo, scarsi livelli di qualificazione del capitale mano, unitamente a inefficienze sociopolitico- istituzionali, possono costituire insormontabili ostacoli a riguardo. Con il passare del tempo, si è andata sempre più affermando l’idea che il processo di generazione e sfruttamento della conoscenza tecnologica sia condizionato dalla capacità di adattamento e dalle potenzialità innovative non solo a livello di imprese, bensì dell’ambiente, e cioè dell’intero contesto territoriale nel quale le imprese si trovano ad operare: conta infatti moltissimo il modo in cui i vari contesti territoriali sono in grado di acquisire, selezionare, utilizzare, sviluppare e diffondere la conoscenza tecnologica e valorizzare i saperi locali attraverso i propri sistemi innovativi locali; attraverso, cioè, l’insieme delle istituzioni e degli operatori (pubblici e privati) che in qualche misura hanno a che fare con la scuola professionale, con l’attività di ricerca scientifica e tecnologica e con le relative applicazioni sul tessuto produttivo. Recentemente poi, vari studiosi hanno posto in evidenza come il successo di alcune esperienze di sviluppo locale sia legato alla presenza in determinate aree di saperi e competenze in qualche caso connesse con la produzione agricola, in altri con know how di origine artigiana, da cui trae origine l’attuale bagaglio di conoscenze tecnologiche, spesso molto avanzate e competitive. In vaste aree del Mezzogiorno la cultura locale ha prodotto conoscenze non meno ricche e sofisticate che altrove; ma ciò non è stato sufficiente ad avviare un processo di sviluppo autopropulsivo paragonabile a quello sperimentato in alcune aree del Nord. Spesso la struttura produttiva rimane molto polverizzata, le microimprese che la costituiscono mostrano una scarsa propensione a crescere, a innovare e a espandersi su mercati più ampi e dinamici di quello locale. Sarebbe errato tuttavia pensare che il territorio di Noto ricada sic et simpliciter in tale categoria e più in generale affermare che i settori produttivi basati sui saperi locali tradizionali presentino un quadro sostanziale di stagnazione. Soprattutto in anni recenti, è possibile individuare in diverse aree (e fra queste il territorio di Noto) vari segnali di dinamismo e di trasformazione sia per quanto concerne le tecniche produttive che la struttura organizzativa: si pensi alle alla “produzioni” di turismo legato al territorio e alla sua vocazione culturale ed eno-gastronomica. Negli anni recenti segnali di dinamismo e di trasformazione produttiva si sono manifestati in numerose attività produttive tradizionali basate su know how fortemente radicati nella cultura locale. Alcune produzioni familiari - in passato destinate prevalentemente all’autoconsumo o ad una ristretta cerchia di clientiamici -sono divenute produzioni per il mercato dando vita a nuove imprese (anche se spesso su basi prevalentemente famigliari) artigiane e, in qualche caso, industriali. Questi fenomeni rappresentano un’inversione di tendenza rispetto ai primi decenni del dopoguerra in cui l’espansione della produzione industriale di massa e la progressiva standardizzazione dei modelli di consumo sembravano condannare alla scomparsa molte produzioni locali artigianali incapaci di competere con le tecnologie più efficienti, le economie di scala che la produzione standardizzata inevitabilmente determinata con il conseguente abbattimento dei costi e dei prezzi.
Il processo di progressivo spiazzamento ed espulsione dal mercato delle “piccole” attività produttive locali appariva come un fenomeno fisiologico ed irreversibile, come un prezzo da pagare alla modernizzazione del tessuto produttivo e alla crescita economica; incurante del fatto che con l’emarginazione, se non la scomparsa, di tante “piccole” attività produttive, anche di “nicchia”, si decretava la morte dei saperi locali legati alla capacità di esaltare le specificità del territorio. In molti casi, come nel “nostro”, i sistemi agricoli tradizionali di produzione alimentare costituiscono un aspetto integrante dell’identità locale e culturale: l’agrobiodiversità dipende largamente dalle diverse sensibilità culturali. Tutte le comunità umane hanno il diritto di conservare, sviluppare e di arricchire ulteriormente le loro diverse identità culturali, quali sono pratica ed espresse storicamente e tramandate di generazione in generazione.
Ecco perché lo sviluppo andrebbe ripensato alla luce dell’importanza culturale delle comunità agricole biodiversificate su piccola scala, che rappresentano una fonte primaria di conoscenza e saggezza e alimento di sviluppo socio-economico.
Ma la crescita del benessere della popolazione associata alla crescente mobilità di idee, preferenze e persone ha determinato in maniera non irrilevante un mutamento, se non una mutazione vera e propria, nel “paniere” di scelta di vasti strati della popolazione in grado di esprimere in maniera sempre più significativa la domanda di beni non sofisticati, non standardizzati; ma legati alle tradizioni locali e territorialmente radicati nel ricco e multiforme panorama della “provincia” italiana. Le sollecitazioni provenienti dai mutamenti nelle preferenze dei consumatori hanno stimolato un certo dinamismo nei settori tradizionali basati sui saperi locali. La domanda ed il consumo culturale, infatti, si evolvono oggi in ogni campo di attività. Si tratta di una nuova forma di conoscenza, di recupero di luoghi che appartengono alla storia e all’identità culturale, affermando così un nuovo modo di abitare i luoghi ed una nuova forma di partecipazione sociale. In questo contesto il fattore di competitività più importante non è tanto la riduzione dei costi grazie ad economie di scala, ma la capacità di soddisfare bisogni differenziati mediante una produzione legata alla tradizione culturale del luogo: il luogo, la tipicità come sinonimo di genuinità incontaminata dalla macchina seriale “livellatrice” delle diversità. Da questo punto di vista il prodotto tradizionale si differenzia da quello industriale grazie alla sua identificazione e radicamento nella cultura e nelle tradizioni di uno specifico territorio.
Il mutamento nelle caratteristiche della domanda ha trovato in molte realtà territoriali, e fra queste il comprensorio di Noto, una risposta sebbene non sempre adeguata: ma la strada appare tracciata e ci sono segnali importanti in tal senso; dai dati ISTAT, ad esempio, si evince come il settore agro-turismo abbia segnato a livello nazionale negli ultimi anni una forte crescita del 18%, sebbene in gran parte radicato nel Centro-Nord. Questo clima culturale ha favorito la riscoperta e la riappropriazione delle tradizioni locali di appartenenza. L’estensione dei mercati non è necessariamente connessa ad una trasformazione in senso industriale dei processi produttivi. Molte imprese continuano a mantenere tecnologie tradizionali e a perseguire strategie di nicchia anche sui mercati esterni. Ciò accade, in particolare, quando il prodotto presenta caratteristiche di tipicità poco compatibili con metodi produttivi industriali. Peraltro, in un territorio, come il “nostro”, dove l’industria locale si intreccia con forme di turismo, la domanda “estera” ha una sua naturale fonte di alimentazione in una presenza turistica qualificata se in crescita. Lasciato a se stesso il territorio e con esso il tessuto economico e sociale è inesorabilmente destinato al degrado: per quanto favorevoli possano essere le condizioni di partenza “ereditate” dalla storia. Solo attraverso un radicale concepimento del territorio come spazio relazionale, costrutto socio-economico fortemente influenzato dalle convenzioni, dalle strutture di governance e dai meccanismi di regolazione, è possibile comprendere a fondo la vera natura dei sistemi locali di produzione. Il territorio rappresenta dunque una componente attiva dei sistemi economici, da cui scaturiscono e discendono le scelte produttive e che si pone in primo piano come una risorsa stessa fondamentale della produzione.
Il territorio assurge al ruolo di spazio cognitivo, in cui si genera e si trasmette conoscenza, rappresentando al tempo stesso un rilevante elemento esplicativo della crescita dei sistemi locali di produzione.
Esso deve essere interpretato come sistema sociale in cui si stabiliscono azioni, ma soprattutto legami sociali, in cui si stabiliscono azioni, regole.
Da tutto ciò consegue che una via efficace per esaminare la nascita e lo sviluppo di un sistema produttivo locale passa attraverso l’attenta osservazione delle sue caratteristiche peculiari. I
nfatti i tre modi di essere del territorio sopra delineati coesistono nel presente ma devono essere intrecciati fruttuosamente l’uno con l’altro in un rapporto sinergico. Affinché i soggetti (pubblici e privati) possano plasmare lo spazio dei luoghi e le reti dei flussi in funzione della loro idea del futuro, debbono accantonare un atteggiamento passivo “accontentandosi” di abitare un territorio ricevuto in eredità dalla storia, e cominciare a pensarlo come risultato di un elaborazione, di un progetto condiviso. La capacità di sintesi di istanze ritenute “degne” e significative, quella di progettare un sentiero di crescita che non è solo di sviluppo economico.
Osserva un “ascoltato” economista politico: “Lo sviluppo - sostiene Sen - deve essere inteso come un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, nella sfera privata come in quella sociale e politica. Di conseguenza la sfida dello sviluppo consiste nell’eliminare ovvero attenuare i vari tipi di “illibertà” tra cui la fame, la miseria, la tirannia, l’intolleranza e la repressione, l’analfabetismo, la mancanza di assistenza sanitaria e la tutela dell’ambiente …”
Rileva, il contributo di Sen, per l’enfasi che un certo filone di ricerca sullo sviluppo pone sempre più sulla valenza qualitativa che occorre dare a tale tematica economica e di come l’ elemento umano debba restare al centro della riflessione sui problemi dello sviluppo economico a tutti i livelli.
La prospettiva aperta alla politica dello sviluppo si fonda su interventi capaci di accrescere la persona umana.
In assenza di uno sviluppo in tal senso si stabilisce sul territorio un circuito vizioso tra preferenze individuali, carenza di servizi pubblici e di istituzioni rappresentative. Una situazione, questa, che favorisce comportamenti passivi, di accettazione, da parte dei cittadini e di conservazione dello status quo da parte delle istituzioni; cristallizzando le carenze iniziali, creando esternalità negative agli agenti economici, lavoratori e imprenditori.
Si vuole qui porre ancora una volta, e ritorneremo in chiusura su questo aspetto, sulla centralità dell’elemento umano e di come esso possa essere esaltato o depresso da un’inazione pubblica capace di incidere direttamente sulle condizione della qualità della vita. .

Integrazione verticale e orizzontale: il settore dell’agroturismo.
In una economia globalizzata, la risposta da dare è quella di coltivare, da un lato, la propria originalità complessa (non imitabile, non trasferibile) e dal’altro di renderla fruibile al maggior numero di clienti nel mondo attraverso creatività e reti che la rendano utile e apprezzata. L’attività dell’Agriturismo che, come evidenziano i dati riportati nel “Rapporto”, ha registrato una buona performance sul territorio, rappresenta un aspetto esemplare di ciò che può essere uno sviluppo sostenibile e integrato sia sul piano “orizzontale” che “verticale”. Si tratta di un settore che sta prendendo viepiù consistenza sul territorio e che presenta le seguenti caratteristiche positive:
• si realizza quasi esclusivamente utilizzando strutture rurali esistenti e caratterizzanti del territorio. E’ questo un punto di grande rilevanza, come è facile capire. Attraverso un’attività che si snoda su questo piano si opera “inconsapevolmente” un piano di recupero del vasto patrimonio culturale edilizio sparso per le campagne che altrimenti sarebbe stato destinato ad un inesorabile degrado e perdita di ogni interesse: economico e culturale;
• si recupera la tradizione eno-gastronomica cosi fortemente presente sul territorio che trova in tali strutture un mercato di sbocco “immediato”;
• il fatto poi che tali strutture sono spesso a conduzioni prevalentemente familiare realizza ad un tempo due importanti obiettivi: quello di “legare” una parte della struttura occupazionale alla vocazione del territorio, e in pari tempo di preservarne la trasmissione generazionale.
La integrazione verticale consiste pertanto in ciò: che la presenza dell’azienda agriturismo si alimenta della, ed al tempo stesso offre un immediato sostegno, alle produzioni agricole tipiche del territorio o, come è stato detto, a produzioni ad elevato contenuto territoriale.

Innovazione e sviluppo
Uno dei punti deboli della struttura del territorio di Noto è la scarsa interconnessione del tessuto industriale: le relazioni di network, anche fra imprese localizzate nella stessa area, sono, con poche eccezioni, molto limitate non solo nella fase di produzione ma anche, e soprattutto, in quella della commercializzazione dei prodotti. Questa povertà di relazioni, unitamente ad un tessuto produttivo polverizzato, rientrano fra i principali fattori di debolezza competitiva dei settori basati sui saperi locali. In tale contesto l’innovazione può presentare aspetti problematici con risultati sorprendenti, come peraltro dimostra il modello di sviluppo a due settori (uno ad alto tasso di sviluppo tecnologico con produzione standardizzata, l’altro a conduzione artigianale con produzioni tipiche) di Lucas del 1988. In esso si dimostra come non necessariamente la scelta di adottare tecnologie industriali conduce ad un più alto livello di crescita del settore tradizionale. Se il prodotto è di elevata qualità con caratteristiche proprie ben marcate e quindi fortemente differenziato, qualora la scelta di introdurre innovazione di processo finisce inevitabilmente per determinare innovazioni, ancorché “intenzionali”, di prodotto con caratteristiche tali da ridurre, se non annullare, la differenziazione rispetto ai beni standardizzati sostitutivi, il risultato può appunto essere quello della “caduta” di attrattiva del prodotto con caduta della domanda e della crescita produttiva se non con conseguenze estreme di”scomparsa” del settore produttivo stesso.
Tutto ciò suggerisce la possibilità di percorsi evolutivi molto differenti a seconda della specifica relazione fra innovazione e differenziazione del prodotto presente nel territorio. In particolare laddove il prodotto tradizionale è molto specifico, fortemente differenziato, come nel “nostro” caso, e tende a perdere tali caratteristiche con l’introduzione di tecnologie più moderne, il mantenimento delle tecniche tradizionali (che peraltro consentono la sopravvivenza e lo sviluppo “a monte”delle produzioni locali dei beni strumentali connessi all’applicazione di “quelle” tecniche), associato ad una strategia di mercato di nicchia, può rivelarsi una scelta più adatta a favorire la crescita dell’economia del territorio.
Il problema dell’innovazione presenta dunque aspetti complessi e differenti a seconda delle particolari caratteristiche dell’economia del territorio ed è compito della policy, sulla base di una strategia prescelta, saper esprimere una gestione a livello locale capace di indirizzare e offrire supporto organizzativo, in infrastrutture e marketing: gli effetti delle politiche pubbliche di promozione e di marketing volte a migliorare l’immagine della struttura produttiva locale e a diffondere la conoscenza del mercato locale assumono un aspetto rilevante ai fini della promozione del tessuto produttivo del territorio.
In un contesto territoriale come il “nostro” quella di mantenere una tecnologia tradizionale può dunque rivelarsi una scelta consapevole di “posizionamento” sul mercato in relazione alla qualità e alle caratteristiche del prodotto: la distinzione ha, come sopra evidenziato, importanti implicazioni di policy che approfondiamo in quel che segue.
Un primo problema molto rilevante è la frammentazione del tessuto produttivo. La tipologia prevalente è la microimpresa artigianale spesso a conduzione familiare. La cooperazione tra le imprese e la condivisione dei costi di marketing consentirebbe di superare meglio le difficoltà di aprirsi al mercato e consolidarvi il “marchio” di provenienza che dovrebbe ricevere l’avallo dell’autorità amministrativa.

Il problema della reputazione collettiva.
Un aspetto molto importante è quello della reputazione collettiva. Come evidenziato con insistenza, la competitività di questi settori è spesso legata non tanto a vantaggi derivanti dalle condizioni di produzione e da minor costi, quanto piuttosto alla natura stessa del prodotto e dalle sue caratteristiche di specificità e qualità. Raramente questi aspetti si identificano con una singola impresa, al contrario essi sono quasi sempre legati ad un certo territorio ed alla sua cultura.
In altri termini il consumatore tende ad identificare il prodotto con il territorio di origine e a valutarne la qualità sulla base delle informazioni che quest’ultimo convoglia.
Il prodotto gode cioè di una reputazione collettiva che coinvolge tutte le imprese operanti in quel particolare settore.
La “produzione” di turismo non solo non sfugge a questa “regola” ma assurge a caso esemplare. Esso costituisce, peraltro come è già stato rilevato, una sorta di prolungamento del mercato locale e in quanto tale può rafforzare la vocazione locale delle imprese. Si tratta di un prodotto, quello del turismo, che veicola anche, ed in maniera non irrilevante, col “passaparola”.
Il comportamento scorretto, non all’altezza di un albergatore (così come di un qualsiasi produttore), si riflette in maniera più o meno ampliata sulla reputazione di tutto il territorio e del suo tessuto produttivo. La conoscenza e la capacità di apprezzamento della qualità del prodotto da parte dei consumatori sono fortemente condizionati con il livello di “reputazione” che gode il territorio di provenienza del prodotto stesso più che con la singola impresa. La specificità e tipicità dei prodotti sono all’origine di una ulteriore peculiarità. Le preferenze dei consumatori sono il risultato di un lungo processo di apprendimento sia individuale che culturale.
Grazie all’apprendimento il consumatore è in grado di apprezzare meglio le a volte sottili differenze qualitative di un prodotto “locale” rispetto a quello standardizzato. Mano a mano che questa capacità progredisce le sue preferenze possono sempre più in maniera significativa essere orientate verso il prodotto di qualità.
Questo fatto non è privo di conseguenze significative.
Da un lato l’elasticità di sostituzione tra prodotto locale e i beni concorrenti standardizzati tende ad abbassarsi (e pertanto la domanda del prodotto locale divenire più rigida); dall’altro lato però nel momento in cui la qualità, la reputazione, del prodotto locale dovessero “tradire” le aspettative che si erano formate, può aversi una caduta verticale della domanda stessa. .

Alcune implicazioni policy
Nella ricerca di una maggiore efficienza aziendale (di fronte alle maggiori pressioni concorrenziali), il superamento della tradizionale concezione individualistica della funzione imprenditoriale appare sempre più come un elemento di fondamentale importanza nel determinare il successo (o l’insuccesso) delle imprese appartenenti ad uno specifico contesto territoriale e nel condizionare le capacità di crescita delle stesse sul mercato.
La sorte dello sviluppo economico in generale e quello fortemente legato al turismo in particolare, e alle strutture che tale settore economico sollecita, è il frutto dell’ “utilizzo” delle risorse umane presenti nel territorio, della loro capacità di esprimere, a livello di iniziativa privata che pubblica, una visone del futuro e di approntare gli strumenti idonei per la sua realizzazione.
Lo sviluppo del settore del turismo e delle attività ad esso legate richiede più che in altri settori produttivi, come sopra accennato, ed in maniere dirimente un forte apporto della mano pubblica.
Al “saggio amministratore pubblico” viene chiesto di potenziare la rete di infrastrutture, di assicurare la preservazione e la possibilità di fruizione del patrimonio storico-culturale, di governare la rete di collegamento logico-strategico tra i vari momenti di un di un “percorso” turistico culturale che deve condurre alla creazione di un sistema di “rete”.
Per “rete turistica” deve pertanto intendersi un insieme di risorse che hanno una capacità di attrazione per il viaggiatore che è indotto a raggiungerla, dove non sono solo i musei i monumenti o l’albergo a fare di un territorio una destinazione turistica, ma occorrono soprattutto i servizi e più in generale occorre una organizzazione del territorio.
Si tratta quindi di mettere a sistema la totalità delle risorse del territorio, in un’ottica di rete, capace di realizzare e soddisfare le aspettative del turista e, al contempo, di assicurare la sostenibilità economica, ambientale e socio-culturale del territorio, contribuendo alla creazione di prosperità e sviluppo economico in un orizzonte temporale di medio e lungo periodo.
A tal fine risulta necessario, nonché passaggio obbligato, creare un disegno organizzativo volto a pianificare una offerta turistica integrata mettendo a sistema le prerogative degli enti locali e del pubblico in generale, con le capacità e le risorse del privato, condividendo obiettivi e strategie, definendo regole e ruoli; il tutto guidato dalla condivisione da parte della comunità di riferimento della visione prospettica di sviluppo che hanno gli attori locali, pubblici e privati.
L’obiettivo finale è quello di istituire all’interno del territorio della Val di Noto un nuovo sistema di relazioni che integri il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, sia materiali che immateriali, con le infrastrutture e gli altri settori produttivi ad esso connesse, comunicando all’esterno la preziosità e unicità del patrimonio, esaltandone il generale vantaggio competitivo.
Il turismo va pensato e gestito come risorsa economica del territorio; risulta pertanto necessario lavorare con il settore e le Amministrazioni per far crescere il territorio, inteso in senso lato, conquistando nuovi clienti, fornendo servizi ed informazioni di qualità.
Per raggiungere tale obiettivo sarà necessario procedere ad un passaggio propedeutico che stravolge gli attuali schemi guida su cui è imperniato il turismo del territorio; bisogna abbattere il concetto della tradizionale offerta turistica prevalentemente centrata sulla “visita mordi e fuggi” dello straordinario giacimento di luoghi di pregio naturalistico e monumenti e beni storico architettonici che il territorio custodisce, e trasformare l’area in una “destinazione turistica”, in collegamento sinergico ed integrato con le altre location limitrofe del comprensorio della Val di Noto e della provincia di Siracusa; ed allora bisogna decisamente puntare su alcuni concetti strategici che devono costituire il modello di riferimento delle politiche improntate allo sviluppo del territorio:
• Aumentare l’attrattività
• Accrescere la competitività
• Creare valore per il territorio

L’attrattività di una destinazione turistica è negli occhi di chi la guarda dal di fuori, di chi deve venire a godere delle ricchezze del comprensorio;
aumentare l’attrattività significa pertanto comprendere ed assecondare le esigenze del turista, soddisfacendone i bisogni attuali ed anticipandone le aspettative future.
La competitività di una destinazione turistica risiede nella testa di chi vive e lavora nel territorio, sia esso operatore pubblico, privato, oppure semplice cittadino residente; accrescere la competitività significa pertanto innalzare il livello qualitativo dell’offerta dei prodotti e dei servizi turistici locali.
La crescita di valore per un territorio consente di migliorare la qualità complessiva di una destinazione, di aumentare l’attrattività verso l’esterno, sia nei confronti dei turisti che degli investitori, ma soprattutto permette di migliorare la qualità della vita dei residenti.
Fondamentale risulta in tal senso la puntuale e corretta individuazione delle problematiche specifiche e delle criticità peculiari connesse allo sviluppo turistico del territorio. Così ad esempio, riferendoci al già citato settore “agro-turistico”, il sistema di accoglienza si pone come un problema specifico.
Trattandosi per lo più di strutture “piccole” (se di grandi dimensioni perderebbero per ciò stesso le loro attrattive come è facile immaginare) abbisognano necessariamente di iniziative di compensazione per all’allestire le strutture (come per esempio: piscine, campi da golf, tennis, equitazione) che comportano da un lato costi di impianto e di manutenzioni notevoli non sopportabile per una singola azienda, e dall’altro che assumerebbero la caratteristica di beni semi-pubblici. Sarebbe questo un “esempio di scuola” di una collaborazione sinergica tra pubblico e privato.
Per quei settori che hanno decisamente imboccato la via della trasformazione in senso industriale (si pensi ad esempio ad alcune specifiche realtà agro-alimentari operanti nei settori vinicolo, oleario e caseario), con estesa meccanizzazione dei processi produttivi ed il cui know how tradizionale ha perso quasi totalmente il suo ruolo, l’abbattimento dei costi risulta un fattore molto importante del vantaggio competitivo che appare, peraltro, scarsamente dipendente da specificità del know how locale o da caratteristiche di tipicità del prodotto.
Non esistono in questo caso particolari problemi di policy se non in quelli connessi al fatto che la struttura produttiva è costituita in gran parte da microimprese, molte delle quali operano sul mercato locale. Gli ostacoli all’innovazione sono, in gran parte, quelli tipici delle piccole imprese. Sono cioè legati a problemi dell’informazione, a difficoltà finanziarie, ai costi elevati in presenza di “indivisibilità” tecnologiche. “Qui” il problema è la crescita: la limitatezza e la scarsa dinamica dei mercati di sbocco sono spesso il fattore che influenza maggiormente la propensione a innovare. In questi casi il policy mix corretto è l’uso simultaneo e coordinato di strumenti di intervento tendenti a stimolare da un lato la diffusione di nuove tecnologie di processo, l’evoluzione del know how attraverso i processi di apprendimento e la formazione di relazioni di network fra imprese; dall’altro favorire i contatti fra le imprese locali e mercati esterni al fine di evitare un circolo vizioso di bassa competitività e bassa domanda.
E’ chimerico che a livello comunale o meglio ancora di coordinamento territoriale in tal senso possano essere attivate iniziative?
Per quanto invece riguarda i prodotti tipici del settore (come ad esempio l’olio d’oliva, la mandorla pizzuta, il vino moscato e nero d’Avola, il pomodoro ciliegino, il formaggio caciocavallo, il melone cantalupo, il carrubo, la bottarga e la ventresca di tonno, etc.) ai quali abbiamo dedicato particolare ed estesa attenzione per la rilevanza che essi rivestono nel nostro territorio, i problemi da affrontare sono abbastanza diversi. Si è già avuto modo di rilevare come in questo caso la relazione fra innovazione e competitività presenti aspetti problematici.
Quando il prodotto si caratterizza per un elevato grado di differenziazione legato alla sua tipicità, il mutamento dei metodi produttivi può causare una riduzione della differenziazione e un riposizionamento del prodotto su un diverso segmento di mercato che lo pone in competizione con beni standardizzati.
Naturalmente non tutti i tipi di innovazione producono questi effetti e ciascuno di essi può produrre effetti diversi a seconda del prodotto considerato. In generale le innovazioni che riguardano l’immagine del prodotto, la conservazione o la trasportabilità hanno da un lato scarsi, se non nulli, effetti sulle caratteristiche del prodotto mentre possono incidere significativamente sulla sua commerciabilità;
si pensi, a titolo di esempio ed in ottica emulativa di benchmarking, alle “boutique del baccalà” di Barcellona, ad uso quasi esclusivo dei turisti in transito, ben attrezzate per il trasporto del prodotto anche in aereo del prodotto. Il punto importante è che, in situazione del genere, una politica di sostegno indiscriminato all’innovazione potrebbe dar luogo a effetti controproducenti sulla competitività delle imprese (che a quel punto non godranno più di un “monopolio” locale e dovranno competere con la produzione nazionale…e globale) e sulla crescita del settore.
La variabilità dei casi specifici suggerisce un approccio mirato capace di individuare per ciascun settore o singoli prodotti le misure opportune.
In generale il sostegno all’innovazione mediante l’incentivazione finanziaria è strumento piuttosto grossolano e che ha mostrato nella lunga pratica di sua applicazione dei limiti molto forti laddove politiche a livello locale mirate a realizzare una adeguata rete di servizi reali, soprattutto da parte dei centri di ricerca e assistenza tecnica, che privilegi questi tipi di intervento sono indubbiamente più adatti ad affrontare selettivamente casi specifici.
In questi contesti l’elemento cruciale dell’attività innovativa non è tanto, lo ribadiamo, l’adozione di macchinari più efficienti quanto, piuttosto, il processo di apprendimento. In esso infatti avviene la trasmissione delle conoscenze tecniche tacite e codificate che consente di orientare l’innovazione alla luce della tradizione e di muoversi lungo percorsi innovativi compatibili con le specificità del prodotto preservando il vantaggio competitivo che ne deriva. La dinamica dell’apprendimento è influenzata dagli stimoli conoscitivi presenti nell’ambiente in cui l’impresa è immersa: un ruolo importante, in tal senso, giocano gli istituti di ricerca, formazione e assistenza tecnica di settore come dimostrano i tanti casi presenti in Italia (vedi i territori sparsi in vari centri a vocazione turistica, votati alla produzione di ceramiche artistiche, di manufatti artigianali quali “borse”, sandali, etc.). La formazione professionale è uno dei canali attraverso i quali nuove conoscenze possono essere diffuse nell’ambiente locale integrandosi con i know how tradizionali e contribuendo a diversificarlo ed arricchirlo. L’amministrazione locale anche, come si diceva prima, consorziandosi con le aree limitrofe lo stretto territorio comunale, dovrebbe in tal senso essere parte attiva di tale processo.
Ed in tale visione diventa semplice richiamare i già insistentemente citati concetti di distretto e di destinazione turistica, dove l’obiettivo primario permane quello di collaborare e definire un indirizzo strategico di fondo secondo una visione di sviluppo di ampio respiro, tanto verso la destinazione e la comunità residente quanto verso i turisti.
Il sostegno alle strutture associative in grado di attenuare il problema dell’indivisibilità dei costi di marketing e la promozione dei marchi collettivi costituiscono gli strumenti classici di intervento.
Nel caso dei settori tipici, dove sono particolarmente diffuse le esternalità, la reputazione collettiva, di cui abbiamo trattato sopra, assume particolare rilevanza. Chiudiamo queste considerazioni generali sul lavoro svolto richiamando ancora una volta l’importanza del fattore umano e della politica demografica e, quindi, urbanistica, che deve essere in cima ai pensieri dell’Amministrazione.
E’ chiaro a tutti che un territorio che dovesse mostrare una tendenza all’invecchiamento e al depauperamento delle popolazione sarebbe inesorabilmente destinato al declino. Dall’analisi dei dati e delle proiezioni riportate nell’apposita sezione emergono luci ed ombre. Il fatto più rilevante (in positivo) è la netta inversione di tendenza tra l’ultimo decennio del novecento, quando si assiste ad un declino della popolazione residente, e il primo del duemila, che vede una costante crescita della popolazione. La popolazione residente a Noto alla data del 31 dicembre 2009 risulta essere di 23.761 abitanti, corrispondenti a 9.089 famiglie; un ultimo aggiornamento dell’anno in corso ha visto una ulteriore crescita della popolazione nei primi 6 mesi, con un totale di 23.821 residenti alla data del 15 Luglio 2010. A titolo di confronto, si consideri che nel 1991 i residenti risultavano 21.722 e le famiglie erano 8.151. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un fenomeno di progressiva riduzione dell’ampiezza del nucleo familiare, passato dal valore di 2,75 del 2001 all’attuale valore di 2,61 del 2009; complesse risultano le motivazioni di carattere sociale ed economico che stanno alla base di tale tendenza, le cui radici sono essenzialmente riconducibili alla generale diminuzione della natalità media dei nuclei familiari ed alla formazione di nuovi nuclei familiari composti esclusivamente da persone anziane o “singles”. Il movimento naturale della popolazione (differenza tra nascite e morti) si è sempre mantenuto positivo negli ultimi vent’anni, sebbene con un andamento positivo ma decrescente negli anni novanta e che inverte la sua tendenza a partire dal duemila per effetto della crescita del tasso di natalità; in tale scenario, abbastanza confortante appare il dato delle nascite, che mostra interessanti segni di ripresa negli ultimi 3 anni, con una media di circa 244 nascite all’anno. Anche il flusso migratorio (differenza tra iscritti e cancellati all’anagrafe comunale) presenta un saldo sempre positivo negli ultimi 9 anni dal 2001 al 2009, ed in particolare nell’ultimo periodo si è assistito ad un saldo sempre superiore alle 100 unità; significativo appare in tal senso il dato relativo a nuovi iscritti provenienti da regioni italiane del Nord Italia (particolarmente Emilia Romagna, Toscana e Piemonte) che hanno trasferito la propria residenza nel Comune di Noto, in abbinamento al dato di cittadini stranieri residenti nel territorio, in costante aumento negli ultimi 5 anni. La situazione demografica di Noto tuttavia non sfugge al dato di fondo tendenziale, registrato universalmente a livello nazionale e regionale, di un progressivo invecchiamento della popolazione, sebbene il dato risulti abbastanza in linea con quello regionale, leggermente migliorativo rispetto ai dati della provincia e ancor più rispetto a quello dell’Italia insulare e al dato complessivo nazionale. Tale dato relativamente confortante si associa poi ad una distribuzione per classi di età che vede una polarizzazione maggiore della popolazione in età lavorative attive, in particolare nelle fascia 36-50, che mostra gli indici di crescita maggiori. Il fatto però che si registra un calo nella classe di popolazione compresa tra i 20 e i 35 anni solleva qualche perplessità sulle dinamiche future della popolazione in età lavorative attive. L’inversione di tendenza dei saldi migratori (negativi negli anni novanta, positivi e con andamento crescente negli anni duemila) e il conseguente aumento della popolazione residente ci inducono a pensare che il territorio di Noto abbia riacquistato una sua capacità di attrattiva. Anche gli scenari delineati in questo rapporto per il 2020 relativamente alla popolazione residente nel comune sono confortanti; allo stesso modo, anche gli scenari prospettici estesi fino al 2030 confermano tale tendenza. Queste situazioni possono ben rappresentare una buona premessa per il futuro del territorio; ma da esse ne deriva una sfida alla Pubblica Amministrazione sul piano del riassetto e della preservazione del territorio, di uno sviluppo urbanistico adeguato sia sul piano quantitativo che qualitativo, del sostegno alle attività di formazione orientate ad uno sviluppo sostenibile.

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Continua il riscontro in provincia di Siracusa da parte delle amministrazioni locali verso un nuovo modo di comunicare il tema della sostenibilità.

I Green Drinking: percorsi di bioarchitettura, sono diventati un luogo di confronto fra gli addetti ai lavori, le classi dirigenti e le forze sociali per porre degli obiettivi concreti e pianificare azioni per il vivere quotidiano.

A Noto il Sindaco Corrado Bonfanti, ha apprezzato molto l’iniziativa di venerdì 11 novembre e in particolare ha accolto con favore il gesto dell’inbar Siracusa che ha voluto donare al Comune di Noto il regolamento edilizio di bioarchitettura, così come fatto a Solarino lo scorso ottobre con il sindaco Pietro Mangiafico.

Il presidente dell’Inbar Siracusa, Massimo Gozzo afferma che il primo passo per un governo del territorio sano e lungimirante é capire che la qualità della vita nei centri urbani dipende da fattori legati a buoni strumenti urbanistici che regolino aspetti importanti della pianificazione, e che purtroppo amministrazioni miopi, come il capoluogo di provincia sempre più raggomitolato in questioni interne e già in possesso da più di un anno di questo strumento votato all’unanimità dalla commissione urbanistica, rischiano di paralizzare il territorio.

Il tema dell’incontro, che si è inserito nella Settimana Unesco “A come Acqua”, è stato proposto dal direttore di dipartimento Ambiente Francesca Pedalino. L’Elemento Acqua il filo conduttore di una conversazione che ha toccato temi sociali e ambientali e da cui è nata una scaletta di priorità per l’agenda programmatica dell’Istituto in provincia di Siracusa peraltro condivisa dal presidente del consiglio provinciale Michele Mangiafico presente all’incontro.

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Di Admin (del 12/11/2011 @ 09:52:05, in Per il cittadino, linkato 76 volte)

Domenica 13 novembre alle ore 10:30 appuntamento a Castelluccio -Noto
(chi non conosce la strada, appuntamento alle 10:10 al bar di testa dell'acqua, per raggiungere Castelluccio dall'altipiano, 3 km lungo la strada provinciale noto Palazzolo, segui le indicazioni, Castelluccio, in discesa a sinistra)
La storica campagna di Legambiente sul patrimonio culturale ci riporta a Castelluccio che nel 2007 ci vide protagonisti insieme detenuti della casa di reclusione di Noto con l'intervento per la pulizia della regia trazzera che conduceva alla grotta dei santi, da allora grazie a tante associazioni e organizzazioni turistiche il sito è sempre più fruito e per questo dimostra la necessità di continua e costante manutenzione.
Quest'anno l'immenso patrimonio della contrada Castelluccio è stato reso fruibile grazie all'accordo tra l'assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana con quello del Territorio e Ambientee per l'utilizzo degli operai del servizio antincendio boschivo in aree archeologiche un lavoro che ha reso possibile per noi la visita al poco conosciuto castello che dà il nome alla contrada. Accompagnati dal direttore del Parco archeologico dottor Lorenzo Guzzardi potremo inoltre visitare il villaggio e la necropoli preistorica e attraverso la trazzera raggiungere la grotta dei santi un'occasione privilegiata delle aumentare la consapevolezza dell'immenso patrimonio culturale del territorio che ancora non esprime il suo attraverso il suo fascino il suo potenziale attrattivo.

Inoltre sarà possibile ricevere oltre la consueta pubblicazione curata dall'ideatore Gianfranco Zanna sull'intera campagna SalvalarteSicilia, il dossier "Unesco alla siciliana" sulle criticità dei siti Unesco siciliani.

Vincenzo Belfiore

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Di Cetty Amenta (del 07/11/2011 @ 10:06:58, in L'idea per la città, linkato 265 volte)

“Gan sta per galleria civica di arte contemporanea di Noto oppure è solo uno spazio espositivo affidato in forma gratuita ad un’associazione?” Questa è la domanda che rimbalza di bocca in bocca nello sconcerto generale, in attesa di sapere cosa il sindaco Corrado Bonfanti voglia farne. Intanto però cresce l’indignazione di artisti, professionisti, e cittadini comuni che non avrebbero mai voluto assistere alla rimozione della lastra dal prospetto dei Gesuiti, posta per indicare che Noto, culla naturale di cultura e d’arte, ospitava una galleria civica. “La chiusura della Gan - dichiara l’artista e scrittore Mario Zuppardo - danneggia l’immagine di Noto che sta cercando di elevarsi al rango di città d’arte e di cultura”. Eppure era nell’aria che sarebbe finita così. Nella lettera dello scorso 5 settembre, a firma del neo sindaco si chiedeva al direttore dell’Accademia di Belle arti Val di Noto Letterio Consiglio di provvedere al rilascio dei tre saloni dell’ex Convento dei gesuiti, concessi all’Accademia per dodici mesi non rinnovabili a decorrere dal 9/5/2009, in comodato d’uso gratuito per istituire una galleria d’arte contemporanea, “essendo il termine abbondantemente scaduto”. Nella lettera però non si fa menzione alcuna a gestione affidata ad associazioni facenti capo a soggetti pur autorevoli nel campo dell’arte, come espresso nella sua replica, dall’assessore al Turismo, bensì all’Accademia di Belle arti. La Gan era una galleria civica? Sembra proprio di sì, tant’è che ci fu un protocollo d’intesa tra Comune e Accademia, col quale furono fissati alcuni punti. Ad esempio il primo salone sarebbe stato adibito a mostra di artisti locali con l’obbligo per ciascuno di donare un dipinto alla Gan. Il secondo salone invece sarebbe servito per esposizioni di artisti nazionali e stranieri come di fatto è avvenuto. Quanto ai tempi “abbondantemente superati” rispetto alla scadenza del 9 maggio 2010, bisogna fare un passo indietro al momento in cui la Gan avviò i primi passi. All’inizio si ritenne giusto fare una prova, per questo i locali vennero concessi per 12 mesi ad un’istituzione. Quando si vide che i risultati erano brillanti si stabilì di continuare. Fra l’altro il complesso dei gesuiti si prestava ad una situazione di carattere culturale di alto profilo. Probabilmente l’ex sindaco Valvo fece una leggerezza nel non rinnovare il contratto ma va a pensare che, dati i risultati in termini di immagine per la città e di attività culturale non circoscritta all’ ambito territoriale, anche se non ce l’avesse fatta ad essere rieletto, il suo successore ne avrebbe decretato la fine! “Nel concepire la Gan - rileva la professoressa Carmela Cirinnà - ci siamo prefissati di creare uno spazio di confronto culturale. Tutte le città d'arte hanno almeno una galleria civica d'Arte contemporanea. Mi viene da sorridere all’idea di concepire L'Accademia come un’associazione che “monopolizza" gli spazi e non piuttosto un’università che ha creato una Galleria civica”. Cetty Amenta

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Di Partito Democratico Noto (del 28/10/2011 @ 10:39:40, in La voce dei partiti, linkato 198 volte)

L’OSPEDALE TRIGONA NON SI TOCCA
Ha ripreso vigore il dibattito sul futuro della sanità nella zona sud e, in particolare, sul futuro dell’ospedale Trigona.
Purtroppo, ad oggi, tanti bei discorsi e nulla più.
Le esperienze del 1994 e del 2002, però, non ci fanno stare tranquilli.
SIA CHIARO: IL CIRCOLO PD DI NOTO DIFENDE L’OSPEDALE
e pretende una sanità di eccellenza (servizi di qualità e basta con le liste di attesa).
Durante la recente competizione elettorale, il Presidente Lombardo ha assicurato il Suo sigillo al mantenimento e miglioramento del nostro ospedale, mettendo, nei fatti, la parola fine al progetto AGENAS.
Occorre dimostrare con i fatti che non si trattava di una promessa elettorale, perché gli atti che, intanto, vengono posti in essere dall’ASP provinciale di Siracusa si dimostrano in contrasto con quanto promesso dal Presidente della Regione e vanno pertanto bloccati.
Bisogna mettere fine alla confusione, alle speculazioni, al campanilismo e alla demagogia:
VOGLIAMO UNA SANITA’ MIGLIORE IN TUTTA LA ZONA SUD.
CHIEDIAMO che il Presidente Lombardo, l’Assessore Russo e il Dirigente dell’ASP di Siracusa dr. Maniscalco, vengano a Noto per garantire il rispetto degli impegni assunti in campagna elettorale.

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Di Evarco (del 07/10/2011 @ 23:43:46, in Per il cittadino, linkato 261 volte)

                                  Tratto da La Civetta di Minerva di Siracusa

"Tutta la vicenda rischia di oltrepassare il limite della decenza. I sindaci sono abilitati alle decisioni che avevano rivendicato"

 

"Comportamento inqualificabile, che va al di là dell’incarico conferitogli.
L'ex magistrato Cardaci sta invadendo le competenze dell'assemblea"


«Inammissibile, ingiustificata e fuori da ogni regola democratica. Il commissario Cardaci non può privare i sindaci di questa provincia del diritto di Assemblea di un organismo nel quale, a pieno titolo, sono soci. Quello che registriamo è un comportamento inqualificabile, che va al di la dell’incarico conferitogli dal presidente della Regione, al quale abbiamo chiesto un incontro urgente, per avere risposte immediate su una vicenda che rischia di oltrepassare il limite della decenza».

Si esprime così, amareggiato e rammaricato, il sindaco di Canicattini Bagni, Paolo Amenta, nella sua veste di vice presidente dell’Ato Idrico 8 Siracusa, e di portavoce degli altri 14 sindaci che con lui (gli altri sei sindaci mancanti, Augusta, Floridia, Pachino, Priolo, Rosolini, Siracusa, erano fuori sede) hanno sottoscritto lo scorso 22 settembre, la richiesta di convocazione dell’Assemblea, con oltre la firma di un quinto dei soci previsto dallo Statuto, alla notizia diffusa dal Commissario Gustavo Cardaci, dopo la conferenza stampa dallo stesso tenuta ieri, con la quale comunica la sua decisione di non provvedere alla convocazione dell’Assemblea in cui i primi cittadini chiedevano di discutere ed eventualmente poter deliberare su fatti urgenti riguardanti la situazione dell’Ato, quali: 1) approvazione del verbale della seduta precedente, 2) presa d’atto del decreto di nomina del Commissario in sostituzione del CdA dell’ATO e provvedimenti consequenziali, 3) deliberazioni Commissariali nn.2 e 3 e provvedimenti consequenziali; 4) ricorso per ottemperanza promosso da SAI 8 spa contro il CONSORZIO ATO di SR (e contro il Comune di Melilli) avanti al CGA (udienza fissata per il 19/10/2011) e provvedimenti consequenziali.

Secondo Amenta e i sindaci della provincia di Siracusa, il Commissario straordinario, che ha assunto i poteri di sostituzione del CdA del Consorzio e successivamente, con ulteriore nomina, anche di presidente dello stesso Consorzio e dell’Assemblea, di fatto, con la sua decisione, assumendosene la responsabilità, sta impedendo all’Assemblea, e quindi ai rappresentanti dei Comuni che ne fanno parte, di esercitare la funzione di indirizzo generale che gli è attribuita dallo Statuto.

Non compete al Presidente l’arbitrio di revocare (rectius: impedire) la convocazione dell’Assemblea richiesta in via d’urgenza da un quinto dei consorziati, né quello di stabilire quando ricorrono o meno i motivi che giustificano l’urgenza della convocazione, cosi come quello di rimuovere dall’ordine del giorno e scegliere egli stesso gli argomenti sui quali i consorziati intendono esercitare la funzione d’indirizzo che gli è attribuita dalla legge.

Piuttosto, viene sottolineato dai sindaci che hanno sottoscritto la richiesta di convocazione, il Commissario, da un lato, sta ulteriormente invadendo le attribuzioni stesse dell’Assemblea e dei soci, impedendone il regolare svolgimento e, d’altro lato, pretende insistentemente che gli stessi, nella loro funzione di sindaci dei Comuni consorziati, consegnino gli impianti alla SAI 8 nonostante la sentenza del CGA che annulla il bando e i conseguenti atti con cui la stessa SAI 8 si era aggiudicata la gestione del Servizio Idrico Intergrato.

Così facendo, fanno rilevare Amenta e gli altri sindaci, il Commissario Cardaci si è posto in una situazione di evidente conflitto con le funzioni straordinarie affidategli perché, di fatto, anziché fare gli interessi dell’Ato, si preoccupa di curare quelli della SAI 8.

D’altra parte, diventa incomprensibile la fretta del dottor Cardaci, considerato, come più volte suggerito dai sindaci che si rifiutano di consegnare gli impianti delle loro città a SAI 8, oltre che per la serie di inadempienze contestatale (dal mancato versamento del canone annuo 2010 e 2011 per 4 milioni di euro, come quota di funzionamento del Consorzio, dove all’interno sono previste i pagamenti delle rate dei Mutui dei vari Comuni, al mancato deposito del contratto di finanziamento a garanzia della realizzazione dell’intero Piano d’Ambito, per la quale ha sottoscritto gli accordi), anche per il fatto che il prossimo 19 ottobre è fissata avanti il CGA l’udienza nella quale sarà discusso il ricorso per ottemperanza della sentenza che ha annullato gli atti di aggiudicazione della gestione del Servizio Idrico alla SAI 8.

Non solo, ma vale la pena ricordare, in primo luogo proprio al Commissario straordinario, che i Comuni hanno richiesto la convocazione dell’Assemblea in via d’urgenza, tra l’atro, per deliberare, nell’esercizio delle proprie prerogative, un atto di indirizzo circa l’opportunità che l’Ato prenda atto della sentenza del CGA nel senso che l’annullamento giurisdizionale degli atti della procedura di gara comporta la caducazione automatica degli effetti negoziali.

«Non ci stupiremmo affatto – sottolinea il vice presidente dell’Ato Idrico Amenta riportando il pensiero anche degli altri sindaci - se venissimo a sapere che il dottor Cardaci, che si è rifiutato di convocare l’Assemblea dell’Ato in via d’urgenza, impedendo ai Comuni di esercitare una loro legittima prerogativa, approfittando del suo ruolo di commissario del CdA, si sia costituito in giudizio, apparentemente in nome e per conto dell’Ato ma, in verità, per supportare le tesi difensive della SAI 8 e, soprattutto, contro gli indirizzi dei componenti l’assemblea dell’Ato! La situazione venutasi a determinare in conseguenza dei comportamenti del Commissario è gravissima! Per questo abbiamo chiesto un incontro urgente con il Presidente della Regione al quale chiederemo la revoca immediata dei decreti con i quali il dottor Gustavo Cardaci è stato nominato Commissario del CdA e della presidenza dell’Assemblea dell’Ato. Nel frattempo, confidiamo nell’esito della causa pendente avanti il CGA, nella quale ci siamo costituiti, dando mandato all’avvocato amministrativista Emanuele Tringali di tutelare gli interessi dei cittadini amministrati in ossequio ai principi di legalità e di giustizia ai quali ci atteniamo scrupolosamente e che non intendiamo contravvenire».

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Di Admin (del 06/10/2011 @ 01:25:57, in Cultura, linkato 545 volte)

IN VETRINA
A cura di Biagio Iacono

"IO ERO CONTENTA"
OPERA PRIMA DI CETTY AMENTA
Noto,03.07.2011 – Ci sono libri che, una volta sfogliati o letti, quasi quasi “si rifiutano” di venire ammassati con gli altri o posti nel dimenticatoio d’una anonima libreria.
E’ il caso di “Io ero contenta” dell’amica prof. Cetty Amenta, giornalista del quotidiano ”La Sicilia”, non tanto per uno “scambio” di cortesie fra colleghi del tipo “io scrivo per te perché…tu lo farai per me“, quanto per il groviglio appassionante di sentimenti che regge tutta l’opera narrativa. Infatti, nel susseguirsi d’una serie ricchissima di flashback che solo le pagine del “diario d’una vita” - davvero vissuta o del tutto interiore ma vivissima – avrebbero potuto restituire, Cetty Amenta ci narra la storia sua e della sua famiglia così come a Noto, nell’arco di mezzo secolo dal dopoguerra ad oggi, ancora molti di noi ricordiamo la nostra storia familiare e socio-personale.

<< "Io ero contenta" – recita la quarta di copertina - è un libro dei sentimenti nel quale la protagonista, Emma, si racconta tratteggiando a volo d'uccello la sua vita, il suo essere donna, le contraddizioni interne e i laceranti sensi di colpa dovuti al peggiore peccato che la società non è mai riuscita a perdonare a una donna: il Peccato di fare.
La storia si dispiega nell'arco di cinquant'anni. A fare da sfondo, la vita di un paese narrata attraverso i suoi personaggi, le battaglie politiche, sanguigne e senza esclusione di colpi tra liberali, socialdemocratici e comunisti, i piccoli fatti di vita quotidiana e gli eventi storici "i cui effetti arrivavano sempre a scoppio ritardato".
Grazie ad Emma il lettore potrà penetrare in un modo di sentire tutto siciliano, spesso rimasto pressoché immutato nonostante lo scorrere dei decenni.>>
Nella cronaca dell’avvenuta presentazione a Noto il 30 aprile scorso, Carmela Modica ha ben definito “Io ero contenta” come un’opera <<… che si snoda nell’arco di dieci lustri di storia netina, tra passione politica, affetti e battaglie civili nelle luci del barocco del Vallo piu’ famoso d’Unesco … dove Emma, la protagonista, prende il lettore per mano portandolo con leggera pesantezza nel mondo tutto siciliano di difficili cambiamenti nonostante lo scorrere inesorabile del tempo. … Il ricordo di Angelo Amenta, insegnante e protagonista della politica netina, padre di Cetty e socialista di grande umanità, progettualità e lungimiranza, ha campeggiato durante la presentazione del libro: ricordi che hanno affascinato la platea numerosa dentro un amarcord di grande attualità.>>
Angelo Amenta, appunto, è il vero “protagonista” di questo “zibaldone notigiano”, il “primo motore immobile” dei sentimenti d’una figlia che cerca ancora il padre nella leopardiana coscienza d’un suo impossibile ritorno alla luce della ragione ma vivissimo in quella del cuore nei suoi giovanili ricordi.
Questi, analizzati e dispiegati al lettore con l’essenziale stile di chi tutti i giorni combatte con lo spazio grafico d’un giornale, restano lucidamente impressi nella nostra mente grazie alla malcelata ma positiva nonchalance d’una narrazione solo apparentemente senza pretese letterarie, perché quei ricordi restano, invece, scolpiti nell’immaginario d’un mondo scomparso a cui l’Autrice, con consapevole voluptas dolendi torna, delineandone ogni particolare con dovizia di luci ed ombre che rivivono proprio oggi, quando - in chi scrive, almeno - sembravano ormai definitivamente scomparse.
<< I ricordi si accalcano nella mia mente – scrive Cetty a pag. 19 – smaniosi di uscire dal cono d’ombra in cui per lunghissimi anni li ho relegati. Come un fiume in piena s’incrociano, dettano i tempi, le precedenze, segnando un percorso che io posso soltanto assecondare, mentre il passato scorre lentamente davanti ai miei occhi.>>
Infatti, i numerosi capitoletti, spesso di poche pagine, si aprono alla memoria di quel tempo costituendo granelli preziosi d’un rosario intensamente vissuto, giorno dopo giorno, solo rileggendone i titoli: “Sogno”, “I giorni di Carnevale”, ”Giogiò”, “Peppinu u cuocu”, ”I mascherati”, ”Emma, annachiti” e via dicendo, sino ad “Arriva la Televisione”, “A calata ra ciazza”, ”La fuitina”, ”I ragazzi di San Pietro” per concludersi con la pagina de “U caffè”.
Protagonista diventa così tutta la città di Noto, nel suo multicolore palcoscenico di vita quotidiana e socio-politica, che da Angelo Amenta raggiunge pure “Il Sindaco Transenna” nel rimpianto dell’avv. Corrado Passarello che era stato docente di Cetty al Liceo Classico “A. Di Rudinì” a lei tanto caro: << …Allora non avevo la più pallida idea – scrive a pag. 133 - che quel professore di Storia e Filosofia, tanto amato e detestato per avere scelto di stare dalla parte sbagliata, almeno dal nostro punto di vista (si era candidato nel MSI ndr), avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella storia della nostra città segnandone il corso, anche dopo la prematura scomparsa. Sindaco transenna sarebbe stato nominato trent’anni dopo dalla stampa nazionale ed estera quando provocatoriamente transennò tutto il fatiscente centro storico, facendo accendere su Noto i riflettori del mondo culturale, politico, artistico internazionale. Grazie a lui la macchina pur lenta e farraginosa della ricostruzione si mise in moto. Il crollo della cattedrale, come manna piovuta dal cielo molti anni dopo avrebbe fatto il resto, ma il “La” lo diede lui, il mio professore di Filosofia Corrado Passarello che, da grande comunicatore, riuscì a coinvolgere la città, i professionisti,la gente comune. Sinceramente non so se le sue battaglie fossero solo dettate dall’amore per la città come ripeteva, però i risultati sono stati positivi. Per questo dovremmo essergli grati. Invece fino ad oggi nessuna Amministrazione comunale ha sentito il dovere di dedicargli quantomeno una strada in segno di riconoscenza.>>
Stesso affetto per il suo Prof. di Lettere che – mentre lui spiegava Petrarca – non si accorgeva che Cetty leggeva dalla prima all’ultima parola “Love Story” e tutto d’un fiato, impiegando lo stesso tempo occorsogli per la vita e tutte le opere maggiori del poeta: << … Mentre leggevo, piangevo. Quando l’eroina morì, mi scappò perfino un singhiozzo ma il professore, preso dalla sua lezione per fortuna, non ci fece caso.>>
Senza dire delle continue ed opportune mature riflessioni sulla vita, vista e intessuta “… come un grande sacco di juta, pieno zeppo di oggetti. Alcuni assolutamente inutili … ” altri “… racimolati nelle varie ricorrenze” - come scrive a pag.135. Infine, <<… in mezzo a tante cianfrusaglie minute, ingombranti, colorate, grigie o nere come la pece ci sono i beni preziosi che ti emozionano e accarezzi con lo sguardo ogni qualvolta gli occhi si posano su di essi. … Questa è la vita: un cumulo di eventi importanti e banali che ispirano sentimenti contrastanti d’amore, indifferenza, affetto, ostilità a volte anche odio.>>
Il libro è tutto un’onda dei ricordi che travolge la Nostra, alla quale, nel cuore di quei “tasselli preziosi” del suo “puzzle personale”, guardando il soffitto – lei dice, ma sarebbe più esatto dire “mirando” -un lampadario richiama alla mente del suo “Infinito” leopardiano proprio il profilo del padre Angelo, ingenuamente così persuasa: <<… So già che se lo fisserò intensamente avverrà il miracolo. Il contorno della sezione superiore pian piano si sfumerà lasciando il posto alla sua fronte alta, al naso affilato, alla bocca. Lui mi guarderà sorridendo ed io, dapprima intimorita e poi rasserenata, godrò della sua presenza accanto a me per pochi secondi prima che svanisca nuovamente dietro i contorni del lampadario.>>
Impossibile, in questa sede, proseguire con tutte le altre citazioni testuali, da chi scrive segnate per segnalarle ai Lettori, scorrendo le molteplici pagine in cui le riflessioni dell’Autrice non sono per nulla diverse da quelle derivate dalle nostre personali vicende esistenziali.
Né ci soffermeremo sulla meritoria analisi testuale del volumetto - sia per la chiave di lettura della voce narrante, sia per la corale partecipazione di tutta una città, Noto, ai ricordi e sentimenti magistralmente espressi da Cetty Amenta, la cui opera merita tutto il nostro più sincero rispetto per l’uso sapiente e frequentissimo di quel dialetto notigiano di cui già con Gaetano Passarello lamentavamo la lenta scomparsa nel 1972 nei versi de “La Carcarazzata” e che ora rivive intrecciato alla lingua in quasi tutte le pagine di “Io ero contenta”.
Per cui, se – come dicevamo nell’incipit di queste brevi note – ci sono libri che, una volta sfogliati o letti, “si rifiutano” quasi di venire ammassati con gli altri o posti nel dimenticatoio d’una anonima libreria, questo di Cetty Amenta viene ad occupare di prepotenza, per il prestigio del tema e per la grandezza narrativa, certamente un posto di primo piano fra quelli di almeno quest’ultimo mezzo secolo pubblicati in Noto.
Penso, dopo i libri di Corrado Gallo, a quelli di Corrado Curcio, Gaetano Passarello, Gaetano Gangi, Corrado Sofia, Corrado Rizza, Gioacchino Santocono Russo, Bruno Ragonese ed a quelli di tanti altri come Armando Faraone, Umberto Emanuele Muscova, l’amatissimo mio Enzo Papa, Enzo Accarpio, Giuseppe Iuvara, Corrado Marescalco e via dicendo, ma soprattutto all’indimenticabile “benefattore culturale” di Corrado Coppa: basti tornare solo alle sue “Cosette di Storia Netina” non dico ai libri sul Cassone, delle quali “Cosette”- che tali non sono, in verità - il volumetto “Io ero felice” diventa un necessario complemento se vogliamo davvero, dalle pascoliane “piccole cose” in esso egregiamente illustrate e descritte, saper trarre il senso ed il valore di “quelle più grandi” a cui tutti umanamente ed universalmente tendiamo.
Ma l’analisi nostra – me ne accorgo scrivendo di questo grazioso e corposo volumetto - è del tutto insufficiente a descriverne proprio quei valori se, anche più volte, chi vive ed ama Noto non torna ad esso per riflettere sul tramonto d’un’epoca, di cui viene distintamente delineata e contrassegnata la fine nel passaggio dal mitico boom degli anni Sessanta del secolo scorso all’odierno Globalismo del cosiddetto Mercato, da cui non sappiamo come e quando usciremo.
Grazie, Cetty, perché – come fu detto per Mariannina Coffa dal De Sanctis – con questa tua preziosa opera prima, rievocando nostalgicamente quel tuo e “nostro” lontano mondo interiore, anche tu hai onorato Te stessa sì ma, soprattutto, la nostra piccola-odiata-amata Città di Noto, nella cui letteratura, quindi, il tuo “Io ero felice” andrà ad occupare lo spazio che meritatamente occupa al fianco degli altri libri delle nostre più o meno affollate “cosette” notigiane.
Ed anche per Te, dantescamente, “ciò non fia d’onor poco argomento”: ad…Majora!
Noto 03 Luglio 2011 – Biagio Iacono

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Di Roberto Bellassai (del 04/10/2011 @ 09:34:19, in Cultura, linkato 145 volte)

Piccoli uomini, una raccolta di articoli di Lidia Ravera, prima apparsi su una rubrica del quotidiano l’Unità, ora pubblicati in un volume nella Collana La Cultura per Il Saggiatore.
In questo libro si parla di piccoli uomini, che sono come fotografati in una istantanea, da una penna ironica, tagliente, leggera, cristallina, con cui la Ravera, smaschera sotto vari aspetti dei “ maschi “ che rappresentano il potere politico, economico, i Giornalisti della Stampa di regime, i piccoli e i grandi faccendieri, i critici d’arte, i prelati, gli avvocati, tutti i piccoli uomini, che gestiscono la cosa pubblica, o che in qualche modo o per vari motivi hanno a che fare con il potere politico del Belpaese!

Piccoli uomini, “maschi”che la Ravera, immagina al femminile, che li coglie e li analizza nelle loro azioni o nelle pose che assumono, ma soprattutto per quello che fanno e affermano pubblicamente, questi piccoli uomini, che s’indonnano da soli con i loro comportamenti autoritari e arroganti, pronti a cambiare schieramenti politici, a fare inciuci, divenendo di per sé caricature di se stessi, maschere grottesche, servi servili, assoggettati al Clan, al potere politico, al Capo, e al potere Vaticano! Questi piccoli uomini, che non escono mai dalla loro soggettività interessata e condizionata vengono bloccati in un’immagine di sé molto reale, più reale di quella al maschile, con cui sono identificati, e illustrati dai media!
I “maschi“ che s’indonnano con il fare, con la furbizia, le omissioni, difendendo l’indifendibile, che lo esprimono con i gesti servili, con lo scritto, con il corpo, con gli sguardi, con la voce, che scorrono nella penna al vetriolo della Ravera, tra gli altri, sono: Augusto Minzolini, Clemente Mastella, Vittorio Sgarbi, Umberto Bossi, Lele Mora, Nicola Cosentino, Maurizio Gasparri, Sergio Marchionne, Giulio Tremonti, Cardinale Crescenzio Sepe, Silvio Berlusconi, Francesco Rutelli, Mauro Masi, Gianni Letta, Ignazio La Russa, Niccolò Ghedini, Padre Murphy, Giuliano Ferrara, Daniele Capezzone, Maurizio Belpietro, Emilio Fede, Guido Bertolaso, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Alessandro Sallusti, Flavio Briatore, Vittorio Feltri, e altri …
I ”maschi” ritratti e deformati al femminile, dell’Italia di oggi, i piccoli uomini bloccati nella “ posa statica, ” in cui la Ravera, li sorprende, e li incornicia, a parte la mediocrità politica e culturale che esprimono, di cui somatizzano tutte le caratteristiche, sono e divengono i tutori e i gestori del potere politico, del sistema consumistico, quindi del “ progresso senza cultura “ che oggi prevale come non mai nel Belpaese, ma sono soprattutto “piccoli uomini, ” di una razza, che una volta ottenuto il mandato da parte degli elettori, abusano di tale potere fino a deformarlo, perché essendo dei mediocri, deformati interiormente, riflettono ovunque la loro deformità, non essendo ancora riusciti a affrancarsi soggettivamente dalla “ minorità “ di uomini, di “ piccoli uomini”!



Roberto Bellassai

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Di Roberto Bellassai (del 05/09/2011 @ 23:08:16, in Per il cittadino, linkato 260 volte)

La Città di Noto,è una Città d’Arte,che ha un impianto architettonico e artistico di livello europeo, una Città UNESCO, quindi “ Patrimonio dell’umanità,“ ma ad oggi le Istituzioni preposte, Amministrazione Comunale, Ufficio Tecnico, Sovrintendenza di Siracusa, non la trattano nella “ maniera adeguata “ sotto molti aspetti!


1.Il Corso Vittorio Emanuele,da molti anni divenuto Isola Pedonale,è invaso letteralmente da esercizi commerciali, come ad esempio, Negozi, Bar, Trattorie che invadono gli spazi senza un criterio, una forma,u n rapporto e un rispetto dei luoghi! Ci riferiamo in particolare alla zona che va dalla Porta Reale, alla piazzetta dell’Immacolata e la zona di Piazza Municipio! Possibile che chi di competenza, Sindaco, Assessore, Ufficio Tecnico, Sovrintendenza ecc non riescono a fare un Piano per stabilire delle regole, per assegnare degli spazi che tengano degnamente conto del contesto storico e artistico del centro storico della Città,e di ciò che rappresenta nel mondo!
2. Non riusciamo a capire perché dopo che il Corso Vittorio Emanuele, è stato dotato di un impianto di “ illuminazione artistica, “ si ricorra ad ulteriore illuminazione per la festa di San Corrado,una illuminazione che stride violentemente con il contesto,strozzando il concetto di Città d’Arte, a Paesino,anzi,in Contrada!
3.Perchè non regolamentare gli Ambulanti di palloncini e varie,richiamandoli a non invadere il centro di Corso Vitt. Emanuele,e a non lanciare razzi in aria,o tirare palle elastiche,come fanno di continuo e ripetutamente,come fossero in palestra,disturbando chi viene a visitare la Città! Possibile che nessun Vigile Urbano,vede quello che succede nei salotti barocchi,ed interviene?
4. Via Nicolaci,la strada dove ricade il palazzo più importante di Noto,la cui facciata è stata definita “ Il Manifesto in Pietra degli Intellettuali Netini del 700, “ sotto i balconi sono stati piazzati dei fari che abbagliano,e non fanno vedere niente a chi si ferma per ammirare le figure antropomorfe che caratterizzano i balconi,e il palazzo!
Anche questa strada viene deturpata nella sua spazialità,che poi è parte dell’identità di un luogo dell’infinito, ma che da più di una stagione è arredata con tavolini e sedie nei due lati della parte alta,dove si servono primi e secondi piatti! Perché non apriamo le Chiese che sono tante,e ne facciamo Trattorie?
5. La sera nel centro storico,e soprattutto su Corso Vitt. Emanuele,non vediamo nessun Vigile Urbano,né Forze dell’Ordine varie,a cui chiedere qualche informazione,o invitarlo ad intervenire per le varie forme di disturbo,come ad esempio,l’inquinamento acustico,le motorette che attraversano gli incroci dell’Isola Pedonale,le bottiglie vuote che vengono abbandonate ovunque,e altri segni vari di inciviltà,o di cattivo gusto,che sono prevalenti nel centro storico di Noto,che purtroppo contribuiscono a danneggiare l’immagine della Città,e a non fare tornare il Turista nel Giardino di Pietra!
Ci chiediamo e chiediamo: ma Noto,è realmente una Città d’Arte?


Noto,4 Settembre 2011
Roberto Bellassai
Comitato per i Diritti del Cittadino

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