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IL TEATRO E IL "TEATRANTE"
 (del 10/03/2010 @ 10:48:01, linkato 181 volte)

Ci vantiamo tre volte al giorno che Noto è una Città di cultura. Si tratta di una affermazione autoelogiativa falsa, la quale produce l’unico effetto di evitarci di guardare in faccia la realtà.
Non basta possedere bei palazzi ed una struttura urbana particolare, frutto non dell’ingegno dei contemporanei, ma lasciati in eredità da una società, che non esiste più. Le condizioni socio-economiche che generarono la grande stagione del barocco sono finite da oltre un secolo e mezzo: non ci sono i nobili, non ci sono gli ordini religiosi, si sono perduti i saperi e le professionalità di quel tempo. Ora la situazione è ben diversa. Dove sono gli uomini di scienza, di lettere o di arte, la cui presenza potrebbe autorizzarci a fregiarci tuttora dell’appellativo di città di cultura?
Dove sono le istituzioni di studio, di ricerca o di alta formazione, che creano l’ambiente del sapere?
Non c’è nulla di tutto ciò. C’è invece un uso propagandistico del termine cultura, che maschera l’incapacità di progettare il futuro della Città e che copre scelte rinunciatarie. Non abbiamo le persone e le risorse finanziarie, di cui disponevano gli aristocratici ed il clero del ‘700, per produrre cultura. Oggi possiamo parlare solo di “beni culturali”, vale a dire delle cose materiali in cui si è cristallizzato il sapere di un tempo. Ma il grave è che non siamo neppure in grado di conservare quello che il passato ci ha tramandato. Il discorso sullo stato di abbandono, in cui stanno ripiombando i nostri monumenti, dopo il fervore dei restauri degli anni novanta, è lungo. Mi riprometto di farlo con più interventi, perché non può essere contenuto nello spazio di un solo articolo. Mi preme però denunciare subito pubblicamente la desolata condizione in cui viene tenuto il Teatro Comunale, che dovrebbe essere il luogo privilegiato della vita artistica della Città. Lo stabile è sull’orlo della chiusura per inagibilità. Invito il sindaco, che usa parlare di UNESCO in ogni suo intervento, a farlo visitare ad un rappresentante di questa istituzione. Non so che fine farebbe la sua politica dell’immagine. Forse correremmo il rischio di essere cancellati dalla lista del Patrimonio dell’Umanità. L’immobile è inzuppato di umido in ogni sua parte, dal botteghino fino ai piani alti. Quasi tutte le condutture dei bagni perdono, macchiando e deturpando i corridoi dei palchi. L’impianto di climatizzazione non funziona. Circa la metà delle lampadine è fulminata. Non esiste alcun sistema di sicurezza. Le ripetute scorrerie dei vandali, i quali vi hanno lasciato anche la firma, scritta con i loro escrementi (d'altronde in quale altro modo potevano scrivere?), è solo un sintomo (e neppure il più eclatante) del degrado. Il numero dei posti disponibili sarebbe teoricamente di circa trecento. Ma l’Autorità di P.S. ne ha autorizzato provvisoriamente solo duecento. Ed è già un miracolo. La struttura era stata chiusa agli inizi degli anni ’80, perché non era più conforme alle norme di sicurezza. Iniziarono lunghi lavori di adeguamento che nel 1994, quando fui eletto sindaco, continuavano ancora stancamente. Consistevano nel rinnovo degli arredi (poltroncine, tappezzerie, palcoscenico) con materiali resistenti al fuoco, nella sostituzione del sistema di condizionamento, nel rifacimento degli impianti, nella creazione del sistema antincendio. Diedi una accelerazione per la loro conclusione. Ed in effetti, dopo due anni, il Teatro fu riaperto nel 1996 con un convegno di studi in onore di Vittorio Sgroi (uno degli ultimi uomini di cultura che nel passato hanno dato lustro alla Città) in occasione della sua nomina a Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione. L’anno successivo si tenne la prima stagione teatrale e poi anche quella lirica, che riprendeva una antica tradizione, ormai scomparsa da decenni. Le iniziative ebbero successo, tanto da spingerci ad articolare le stagioni seguenti in due serate per ogni spettacolo. Gli abbonamenti consentivano di riempire la sala in entrambi i turni. Indi mettemmo in piedi due iniziative: un progetto di consolidamento e restauro dell’intero fabbricato e la creazione della Fondazione Teatro di Noto. Il primo aveva lo scopo di risolvere definitivamente i problemi di conservazione delle strutture murarie. Riuscimmo ad ottenere un primo finanziamento di £. 500.000.000, finanziato sulla L. 433/91 (quella del terremoto). La cifra era ampiamente insufficiente, ma si trattava di un passo iniziale, cui avrebbero dovuto seguirne degli altri. Invece negli anni seguenti il progetto non fu più curato, né dall’Amministrazione Accardo, né dalla attuale. E’ rimasto scritto nel piano triennale delle opere pubbliche, ma la Regione ha revocato anche la promessa dei cinquecento milioni. Nel frattempo non si sono fatte neppure le ordinarie manutenzioni e così si sono intasati i pluviali delle coperture e i tubi di scarico delle fognature. E’ andato fuori servizio il sistema di climatizzazione. Non si sono sostituite neppure le lampadine fulminate. La Fondazione attraverso il coinvolgimento della Provincia e l’apertura ai privati aveva l’ambizione far travalicare al nostro teatro le dimensioni municipali per trasformarlo in luogo d’arte sovracomunale, partendo dalla constatazione che è l’unico teatro di tradizione aperto in provincia. Ma anche questa iniziativa è sostanzialmente fallita per l’interpretazione che di essa ha dato la politica: il consiglio di amministrazione è diventato una delle tante greppie del sottogoverno. I consiglieri sono stati scelti col criterio della lottizzazione, neppure per partiti, ma per correnti e per singoli mentori. Il Presidente della Provincia, non riuscendo a risolvere il rebus degli appetiti dei partiti non ha trovato di meglio che metterci “provvisoriamente” (da oltre due anni) un uomo della sua segreteria. La stagione è stata ridotta ad una solo serata per quest’anno. La lirica e i concerti sono solo un lontano ricordo. L’anno prossimo non sappiamo neppure se il Teatro sarà ancora aperto.
Ma, per Giove, ci basti sapere che siamo una Città di Cultura!

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Compiere un giro circolare, in senso antiorario. Partendo da Sud per ritornare a Sud. Lentamente osservare, guardare per vedere... la città di Noto.

Compiere un giro circolare, in senso antiorario. La città di Noto contiene oggi più città. Da sud, una zona di guerra, si passa alla città detta "salotto buono", al pianazzo, poi si scende di nuovo, altre zone di guerra.

Un turista che viene oggi a Noto si trattiene nel "salotto buono", la città barocca, un cannolo, un gelato, qualche scatto preso col cellulare. Noto, la Noto barocca, suggestiva, ma il resto, la zona urbana che è intorno alla passeggiata barocca, tutto il resto della città, al turista non interessa. Il turista passa svelto, in auto, non guarda: a qualche metro dal salotto buono è lo schifo tipico del Sud. A che serve quindi guardare ? Strade rivoltate, buche grosse come impronte di dinosauro, marciapiedi divelti, sacchi di spazzatura esplosi, affissione pubblicitaria selvaggia, file d'auto parcheggiate sui marciapiedi, erbacce, il puzzo della fogna che a volte ti fa chiudere la bocca, infine, "là dove non vai mai nessuno”, stranamente a Sud, ricorda l'Afghanistan, Beirut bombardata, fuochi accesi nelle strade, un'altra città nella città barocca.

Il “salotto buono”. Un'espressione che leggi persino nella stampa locale, mi colpisce per il cinismo che inconsapevolmente l'anima. Il “salotto buono”, ripulito e tirato a lucido, fa contrasto a tutto il resto. Eppure la comunità urbana che al turista non interessa non è un errore, né una messa in scena. I netini l'abitano, i miei amici ci vivono, i miei familiari l'attraversano, i bambini ci crescono, ospita commerci, dimore, luoghi di ritrovo. Zone di guerra a due passi dalla città barocca. Tutti se ne lamentano, ingrato destino...

L'UNESCO è una piaga dell'umanità. Pochi lo capiscono. Poiché l'ammissione di un luogo al World Heritage, là dove ciò è accaduto in contesti economicamente fragili, ha generato un processo di squilibrio economico e sociale. Focalizzando l'attenzione su UNA PARTE del tutto, sul “salotto buono”, la parte eletta, rimessa a lucido, se non muore, si sviluppa a scapito del tutto, a scapito delle zone urbane intorno alla parte eletta, a scapito delle economie alternative al turismo di qualche ora. Grazie all'UNESCO la parte nobile attira l'interesse e sviluppa frettolosamente un'economia turistica, va però in malora tutto il resto. Nonostante i danni irreversibili è già verificabili in Africa e in Asia, questo l'UNESCO non lo ha ancora capito.


Allora la città può anche rimettere in sesto il teatro. Certo dovrebbe. Dovrebbe, come si dice, farne un luogo di creazione o non di semplice fruizione estetica barocca. Ma che ne è del resto, che ne è delle zone di guerra ? E che ne è del lavoro ?

In un'economia povera è compito dell'amministrazione pubblica creare le condizioni perché si possano sviluppare dei posti di lavoro stabili e reali. Crisi economiche permettendo, Siracusa e Palermo potranno continuare a ripulire le facciate del Corso, ma solo la presenza locale di lavoro permetterà alla città di pensare al resto del suo agglomerato urbano, di renderlo più degno, e infine di pagarsi pure un posto al teatro.

Cordiali saluti,
Tino Tinto
Membro del Movimento Sbarocco
Di  Tino Tinto  (inviato il 10/03/2010 @ 22:35:36)
Mi sembra chiaro: E' un modo sottile di dire in questo caso all'ex Sindaco di Noto,Raffaele Leone,Caro Leone, "si sbarocchi" ! Al di là del significato dell'articolo peraltro apprezzabile,condivido l'analisi di Tino Tinto.
Di  Roberto Bellassai  (inviato il 11/03/2010 @ 21:36:18)
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