Benvenuto in Notolibera.it

  

\\ Home Page : Articolo
IL LAVORO? … DOVE E COME, … SE ….
 (del 04/03/2010 @ 18:04:29, linkato 146 volte)

Dalla nostra Costituzione
Art.1 - L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.
Art.3 - E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana... .
Art. 26 -Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Tre articoli della Costituzione Italiana che a distanza di 61 anni dalla sua nascita, per una parte di persone sono rimasti solo principi e purtroppo lettera morta.
Il lavoro, per la stragrande maggioranza delle persone, resta la componente essenziale per vivere e realizzare la propria personalità, ma nonostante ciò, il lavoro, l'accesso ad esso e le condizioni in cui viene svolto, non sono la preoccupazione principale dell'azione politica e di governo. Non c'è dubbio che il lavoro relegato a merce marginale della produzione e della società, ha perso centralità e valore in favore dei guadagni facili. Ai livelli alti con operazioni finanziarie, che poi sconvolgono l'economia provocando le crisi come quella attuale, ai livelli più bassi con l'illusione di giochi di ogni genere che ingenerano speranze in tanti, pochi fortunati, e diffuse dipendenze e frustrazioni. Se un calciatore, per quanto bravo, viene pagato milioni di volte in più di uno scienziato che lavora per salvare vite umane e/o per migliorarle, o di un'insegnante che che ha il compito di formare gli studenti. Se la forbice fra un manager e l'ultimo dei dipendenti di un'azienda si è allargata fino a raggiungere e superare la scala da 1 a 500. Se si possono vincere migliaia di euro partecipando ad uno dei tanti giuochi televisivi e non, mentre lavorando otto ore al giorno si guadagnano poco più di 1000,00 euro al mese,vuol dire di fatto svalutare il valore del lavoro, soprattutto dipendente, e con esso il valore delle persone che lo svolgono. Infatti sono peggiorate le condizioni dei lavoratori, dal punto di vista della sicurezza, con infortuni anche mortali; delle condizioni economiche con retribuzioni insufficienti a garantire una vita dignitosa; con la precarietà ed il lavoro nero, senza parlare delle difficoltà ad entrare e/o rientrare nel mondo del lavoro. Giovani, donne, e lavoratori licenziati, per non parlare delle categorie protette, invalidi etc. EPPURE L'ART 3 DELLA COSTITUZIONE ...
In queste condizioni, la ricerca di un posto di lavoro, e soprattutto di un posto di lavoro adeguato alle proprie aspirazioni economiche e professionali, diventa un miraggio, e sottopone le persone a tentare tutte le strade possibili, praticabili e non, pur di riuscire a trovare qualcosa. Dalle nostre parti dove l'economia per buona parte è legata ai flussi finanziari della spesa pubblica, con le distorsioni che ciò comporta, per quanto riguarda l'autonomia della stessa nei confronti della politica, della pubblica amministrazione e non per ultimo dalla criminalità organizzata, accedere ad un posto di lavoro per il tanto decantato merito, diventa un terno al lotto che non esce mai. Se a ciò si aggiunge la liberalizzazione del mercato del lavoro con l'assunzione diretta da parte delle aziende private, e delle società a partecipazione pubblica alle quali vengono date in gestione servizi, con le quali la politica riesce a soddisfare il proprio bisogno di consenso clientelare, la desolazione e la disperazione con cui si confronta chi cerca un lavoro, non possono che provocare grande sfiducia, ma anche tanta rabbia, che purtroppo non trova ne espressione pubblica ne referenti politici e/o sindacali. Se non si fa strada la consapevolezza che la ricerca di un lavoro, e il miglioramento delle condizioni di chi lo svolge, passa per il farla ridiventare un bisogno che trova espressione pubblica e sostegno collettivo, difficilmente troverà risposte che possano cambiare l'attuale stato di cose.
Natale Caristia

 Articolo  Storico Storico Stampa Stampa
------------
Caro Natale,alcuni decenni fa i capitalisti, (le famiglie),venivano definiti " maiali ", e i politici, cani da guardia del capitalismo.
Oggi questi termini andrebbero moltiplicati e amplificati,ma chi dovrebbe farlo!?
La Carta Costituzionale è solo una carta scritta per questa gente,un riferimento a propria convenieza,purtroppo!
Di  Roberto Bellassai  (inviato il 05/03/2010 @ 20:57:31)
Il tema ricorrente non può che essere il lavoro e in un realtà in cui la povertà si tocca con mano , perchè di questo possiamo parlare a Noto , una bella riflessione andrebbe fatta.
Un analisi serena di ciò che può dare questa città a chi vuole rimanere , perchè non tutti vogliono andare via e non tutti possono.
Quali sono le filiere presenti al momento :
1) Precariato
2) Promesse del politico di turno
3) Panacea di tutti i mali ovvero il Turismo.

Qualora un investitore voglia far girare capitali nel nostro Comune troverà delle difficoltà derivanti dalla mancanza di strumenti attuativi , dalla presenza di vincoli di enti terzi nonchè da regolamenti sin troppo restrittivi come nel caso degli impinati fotovoltaici.

Ora non vi è dubbio che il lavoro sia un diritto e che ci vogliono le giuste garanzie per il lavoratore con un reddito che gli permetta di campare , perchè ciò lo rende libero da ogni condizionamento , ma questo lavoro chi lo deve creare ?

Il posto fisso di cui si sono innamorate intere generazioni di Netini è ormai alle spalle , forse occorre una nuova generazione di imprenditori che sappia mettere in produzione il nostro senza saccheggi e nel rispetto dello stesso.

Ora i capistalisti non li abbiamo , i nobili sono finiti , i politici hanno altro a cui pensare ,i sindacati sono una categoria che bada a difendere i propri privilegi , con uno stuolo di impeigati fannulloni che fa rabbrividire, a che serve la Costituzione e lo Statuto dei Lavoratori ?
Di  Daniele Manfredi  (inviato il 06/03/2010 @ 06:33:22)
Zitti zitti, contando su un silenzio di tomba mediatico, politico e in buona misura anche sindacale, il governo ha messo a segno un altro duro colpo al lavoro dipendente. Un colpo che può diventare devastante perché consente alle imprese di aggirare completamente lo scoglio fin qui rappresentato dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Quello che impedisce a un datore di lavoro di licenziare «senza giusta causa»: ovvero senza colpe specifiche addebitabili al dipendente. Fin qui, in caso di «controversie» tra lavoratore e azienda, si potevano percorrere due strade: a) l’arbitrato, per i contenziosi meno problematici; b) il ricorso al giudice del lavoro in caso di licenziamento.

Con il decreto approvato con formula definitiva dal Senato il 3 marzo, invece, le aziende potranno imporre a ogni nuovo assunto di firmare ­ insieme al contratto di assunzione ­ un’«opzione preventiva» con cui il lavoratore «sceglie» di rinunciare alla via giudiziaria, accontentandosi del semplice «arbitrato». Ognuno di voi può immaginare la situazione: non trovi un lavoro stabile da anni, oppure la tua vecchia azienda è andata fallita da qualche mese. Ti capita di poter entrare in un nuovo posto; ti mettono davanti quel foglio in bianco da firmare, altrimenti puoi anche andartene. Quanti di voi troverebbero la forza di andarsene e via e rimettersi in cerca di un salario?
C’è anche un secondo modo, ancora più subdolo di importi «l’arbitrato». Nei contratti collettivi i sindacati potranno o no far inserire una formula analoga. Le imprese premono ovviamente perché sia inserita; i «sindacati complici» (Cisl, Uil, Ugl o chiunque altro sceglierà la controparte aziendale come «interlocutore privilegiato») saranno d’accordo. La Cgil si opporrà da lontano, perché intanto è stata esclusa dai tavoli di contrattazione (tranne le categorie più «disponibili» a un compromesso al ribasso). Et voilà! Nessuno o quasi potrà più far ricorso a un giudice per veder riconosciuto il proprio diritto a non essere licenziato. E’ vero, come dice Sacconi, che «l’art. 18 non è stato toccato». Semplicemente non potrà più essere applicato.

Ma non finisce qui. L’art. 52 del decreto stabilisce che i precari (o le finte partite Iva) che dovessero vedersi riconoscere dal giudice «la natura subordinata dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa», invece di essere assunti (come ora) verranno «liquidati» dall’azienda con un indennizzo variabile tra i 2,5 e i sei mesi di stipendio.

Non vi basta? Beh, se avete un figlio all’ultimo anno di scuola dell’obbligo (tra i 15 e i 16 anni, quindi) potrete tranquillamente spedirlo in fabbrica a fare «apprendistato». Varrà «come se» avesse studiato. Potrà dirsi «diplomato alla scuola della vita», come suo nonno.
Di  Francesco Piccioni – Il Manifesto.it  (inviato il 06/03/2010 @ 06:42:43)
Non Abbiamo i capitalisti? E le seicento " famiglie " sparse nel mondo che decidono la politica mondiale,basata sui rapporti di forza,come li dovremmo chiamare liberisti?
Di  Roberto Bellassai  (inviato il 07/03/2010 @ 21:10:56)
Anti-Spam: digita i numeri CAPTCHA
Testo (max 2700 caratteri)
Nome
e-Mail / Link


Disclaimer
L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.

  

powered by dBlog CMS ® Open Source